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Una sfida per la sinistra: ripensare la Questione Meridionale.

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storico

Avete letto l’articolo sul Mezzogiorno che Giuseppe Galasso ha scritto per le colonne del Corriere del Mezzogiorno? Storico serio, dotato di polso politico, Galasso dice una cosa semplice, che anche tanti di noi dicono da tempo, e cioè che la questione Meridionale non può e non deve ridursi a guerra ideologica fra Leghismo e neoborbonismo e che non è possibile nascondere che una questione meridionale c’è, esiste e va affrontata (interessante anche la dimostrazione di come Napoli e il Sud d’Italia siano stati, per certi aspetti, più legati all’ idea dell’Italia unita rispetto al Nord, ma è questo un altro discorso).

 

Questo potrebbe essere uno dei grandi temi da rimettere in campo per la sinistra italiana, ovviamente per quella meridionale in primo luogo. Si tratta di comprendere come le politiche nazionali, certe volte oggettivamente, senza una precisa volontà politica, siano di fatto svantaggiose per il Mezzogiorno. Questo era il principio fondamentale tramandatoci dai grandi meridionalisti del passato, da Giustino Fortunato a Guido Dorso, fino a giungere a quelli del secondo dopoguerra come il liberaldemocratico Francesco Compagna e il comunista riformista Gerardo Chiaromonte.

In secondo luogo su questo tema si potrebbe esercitare una pressione politica di grande rilevanza anche nei confronti dell’Europa, nel tentativo di ricostruire una nuova Europa più sociale, più democratica. Se si deve, come si deve, ripensare l’intervento per il Mezzogiorno (sappiamo che oggi è ridotto esclusivamente all’impiego dei fondi strutturali europei) è necessario che ciò avvenga non in modo burocratico, quasi fosse una fastidiosa pratica da sbrigare, ma nel quadro del rilancio di una grande area economica, sociale, politica e culturale, di una grande regione d’Europa. Il Sud d’Italia ha 22 milioni di abitanti, grandi città come Napoli, Palermo e Catania, e un PIL superiore a quello della Grecia e del Portogallo.

Per quanto ci riguarda, dobbiamo provare a comprendere quali sono i grandi problemi che ancora affliggono il Mezzogiorno e che costituiscono una duratura questione meridionale (peraltro affiancata da una nuova questione settentrionale). Fra i problemi centrali, a mio modo di vedere, c’è quello delle classi dirigenti. Non solo della classe politica in senso stretto, ma di tutti quei ceti che, in maniera diversa, contribuiscono a formare un’opinione pubblica, a governare indirettamente le nostre regioni. E’ una carenza antica, che chiama in causa il dovere della borghesia, come si sarebbe detto una volta, che dovrebbe rappresentare il ceto sociale in grado di mediare gli interessi generali di un paese. Altrimenti diventa una borghesia parassitaria o, peggio ancora, egoista, rapace, dannosa.

Penso che soprattutto i Giovani Democratici debbano partire da un dibattito di questo tipo per riprendere fiato, per derubricare dall’agenda politica l’ossessione dell’antipolitica che ha reso asfittico, banale e ripetitivo il confronto politico da più di venti anni con una sorta di desertificazione dell’intero ceto politico.

In questa ottica la festa dell’Unità di settembre dei GD già dal nome “Una nuova classe dirigente” sembra essere un laboratorio importante e soprattutto utile, soprattutto in vista della tornata elettorale per l’elezione del nuovo sindaco e della nuova giunta del comune di Napoli.

Senza volere, certamente, già indicare un nome, quello che è certo è che la scelta del nuovo sindaco e con lui del nuovo gruppo dirigente dell’amministrazione napoletana dovrà avvenire nell’ambito di una precisa linea politica e di una chiara analisi della questioni da affrontare e da risolvere, altrimenti non ci potremo lamentare della cosiddetta personalizzazione della politica e dell’ennesimo salvatore della patria che verrà invocato per risolvere i nostri problemi, salvatore che troppo spesso si tramuta poco dopo in un male peggiore.