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Renzi e l'Europa dei 40mila

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

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Emergenza immigrazione, ancora. È necessario chiarire un punto tutt’altro che secondario, date le approssimative analisi sociopolitiche di questi giorni: innanzitutto, chi deve occuparsi, sotto il profilo tecnico, di governare il fenomeno migratorio a livello interno? In tal senso è utile richiamare l’ultima boutade in salsa padana: Maroni, da Governatore della regione Lombardia, rivendica diritti decisionali variegati, dimenticando una Costituzione che, bontà sua, ha contribuito a modificare in modo significativo, quando era vice Presidente del Consiglio.

L’articolo 117 del testo costituzionale attribuisce allo Stato la competenza esclusiva in materia di immigrazione: i governatori in camicia verde leggano ciò che hanno scritto. Governo e prefetti, dunque, hanno pieni poteri. Tutt’altro che incisiva pare anche la minaccia del governatore leghista: tagliare i fondi regionali ai comuni che decideranno di accogliere gli immigrati. Un moderato di centro, insomma. La pochezza è tale, che persino Angelino Alfano, il delfino di Berlusconi da tempo relegato a foca monaca, è riuscito a ridicolizzare il vecchio Bobo: “Vorrei tranquillizzarlo, farò ciò che fece lui al mio posto e chiederò ai sindaci ciò che chiese lui il 30 marzo del 2011, in piena emergenza immigrazione”. Per non saper né leggere né scrivere, sulla questione si è avventato come un falco anche Matteo Salvini, che ha moderatamente proposto l’occupazione delle prefetture. Piccoli statisti crescono, dunque.
Il principio, più o meno seguito nel corso di questi ultimi anni, tra qualche eccezione a fini elettorali e qualche tentativo di tutelare i propri interessi di parte, è quello indicato, pochi governi or sono, proprio da Bobo Maroni: ripartire i nuovi arrivi tra le regioni in base al numero di abitanti ed al PIL regionale. “La Lombardia è la terza in Italia per numero di immigrati accolti”, ribadisce appena ne ha la possibilità l’attuale governatore della Terra Santa della Padania. E Renzi? Balbetta. Risponde, certo, ma con meno incisività, meno brillantezza del solito. A margine del G7, richiama alla moderazione riservando una piccola stoccata a Maroni: “E’ facile dire occupiamo le prefetture. Ora serve occuparsi del problema, non urlando più forte, ma risolvendo i problemi creati dagli stessi che oggi urlano. In alcuni casi i nomi sono esattamente gli stessi. Ci sono le firme sotto i documenti delle politiche sugli immigrati.” Abbozza il suo sorriso formato Crozza, ma poco altro. Meno efficace, meno diretto. Difendersi dagli attacchi ribadendo alla nausea di stare usando il cosiddetto “metodo Maroni” non è sufficiente. Ma l’Europa? La campagna renziana a Bruxelles? Se un tempo si guardava al semestre europeo a presidenza italiana come l’ago della bilancia della nostra storia, il giro di boa necessario per far saltare il banco persino nei rapporti con la Commissione, oggi tutto appare gattopardescamente immutato. Abbiamo una Mogherini in più, nel non-ruolo di Alto Commissario: tutto e niente, ma soprattutto niente.

“Cercheremo di portare a casa dei risultati”, aveva dichiarato Renzi prima del più concitato Consiglio europeo degli ultimi anni, quello tenutosi nella notte del 26 giugno. In che direzione, dunque, si sta muovendo Matteo? Sul fronte interno, metodo Bobo: i nuovi arrivi vanno ripartiti tra le regioni, ed ai Comuni che “daranno una mano” si attribuiranno incentivi, inserendo fondi appositi anche nel patto di stabilità. Con buona pace di Maroni, Salvini e Zaia. E’ sul piano europeo, però, che pare debba esserci il cambio di passo rispetto al passato: è l’Europa l’ancora di salvezza. E’ a Bruxelles che si gioca la partita vera. Più che incidere sul testo di “Dublino III”, più che concertare sul piano diplomatico, pare necessaria una forzatura politica: “Se non siete d’accordo sui 40 mila immigrati da ripartire non siete degni di chiamarvi Europa”, avrebbe detto Renzi nella lunga notte del Consiglio europeo. Per poi ribadire: “Se questa è la vostra idea di Europa, tenetevela. O c’è solidarietà o non fateci perdere tempo.” L’accordo, alla fine è arrivato. Timido ed impacciato come è nelle corde della burocrazia europea: 40 mila migranti ridistribuiti in due anni, tra i ventotto paesi fondatori, compresi quelli dell’Est più ostili a tale decisione. L’accordo, però, rinvia anche a quanto deciso nel Consiglio europeo dello scorso 23 aprile: in tale sede, il principio prescelto era quello della ripartizione dei migranti su base volontaria tra gli stati membri, quindi non su base obbligatoria come richiesto fortemente da Renzi. Vittoria di Pirro?
Le stime, per i prossimi sei mesi, sono di oltre 200 mila migranti in arrivo in Italia: numeri esplosivi, così come li ha definiti Gianfranco Fini. Renzi ha il peso specifico per fare in modo che, almeno sul tema dell’immigrazione, vengano meno i soliti egoismi nazionali e si possa ragionare in termini comunitari? La voce europea della Lega e, in parte, dei Cinque Stelle, non aiuta. L’assenza di una Destra che sia Destra, senza derive populiste, degenerazioni antieuropeiste e ubriacature da “felpismo”, produce innumerevoli danni. L’Italia non fa nemmeno in tal caso fronte comune: se Renzi è stato finora troppo morbido, dovrebbe essere una Destra repubblicana e autenticamente conservatrice a chiedere, a voce piena, una maggiore incisività nell’azione europea del Presidente del Consiglio, che proprio con le scorse europee è stato investito del fantomatico 41%: bisognava cambiare l’Europa, si diceva. Perché, se la Lega esagera ed utilizza toni “apocalittici” a fini puramente elettorali, è innegabile che il problema c’è, esiste e continuerà ad esserci. “Aiutiamoli a casa loro”, non è un semplice slogan politico: è la riduzione semplicistica di un modo di pensare sempre più diffuso, il tentativo grossolano di sbarazzarci di un problema, quello della gestione dell’immigrazione, straordinariamente complesso e che, però, non siamo in grado di governare. Quello che Renzi sa, e teme, è che governare l’immigrazione, ad oggi, significa essere anche impopolare: perdere consenso, il tabù. Pensiamo alla Francia: pur di non prestare il fianco alla Le Pen, a Ventimiglia si sono issate delle barricate. Senza senso, o meglio con un senso chiarissimo: gestire l’immigrazione, in termini meramente interni, ha un prezzo politico che nessun governo può, in questo momento, permettersi di pagare.
Il bluff europeo, stavolta, ha ottenuto un qualche risultato: “Non accettiamo nessuna concessione”, ha dichiarato il Presidente del Consiglio. “O fate un gesto anche simbolico oppure non preoccupatevi, l’Italia può permettersi di fare da sola. E’ l’Europa che non può permetterselo.” Beh, tiriamo il fiato: è andata. Sappiamo che non è così, però. È l’Ue la chiave di volta. Serve un’Italia capace di incidere davvero a Bruxelles, e ben oltre i 40 mila migranti, che sono, diciamocela tutta, poca, pochissima roba. Voce grossa, occorre. E che sia una voce unitaria. Se la Lega è quella che conosciamo, legata come sempre a bieche e perenni logiche percentualistiche, in vista delle sempre troppo vicine elezioni, ci aspettiamo un salto di qualità anche dei naufraghi pentastellati catapultati al Parlamento europeo, invisibili, o quasi, dal loro insediamento. E’ soltanto dal punto di vista comunitario, infatti, che l’azione politica italiana, del governo Renzi e non solo, può avere un duplice risvolto: risolutivo-pratico, sul piano interno; di autorevolezza e credibilità, in ambito internazionale. Date le previsioni, i 40 mila sono pochi. Troppo pochi.