fbpx

Quelle morti non più ordinarie

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

immigrazione

Tra i morti in mare, i bambini arenati come rifiuti, il piagnisteo bigotto ed ipocrita tipicamente nostrano, scrivere non è semplice. Le possibilità che ho di fronte, mi sono detto, sono poche: mi accodo al coro, con tanto di fazzoletti bianchi a salutare i migranti che furono e quelli che arriveranno, vivi o morti? No.

L’alterità che ci “invade”, d’altra parte, viene declinata in diverse accezioni: “migranti”, “rifugiati”, “profughi.” Il callo, in fondo, lo abbiamo fatto: l’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, conta oltre 3000 migranti morti nel tentativo di arrivare in Europa via Mediterraneo. Le ultime morti e le tragiche immagini dei bambini ammarati hanno risvegliato, però, un senso di indignazione profondo: all’ordinarietà è subentrata la straordinarietà dell’evento. E’ come se, in un certo senso, avessimo per lungo tempo socialmente accettato la morte di queste persone: in un numero più o meno ragionevole e scaricando ogni forma di responsabilità sull’Europa delle banche che non vuole intervenire. Poi, sono arrivate quelle foto, quelle immagini violente nel loro farsi messaggere di verità. Ed allora ci siamo sentiti sporchi e vili, impotenti ma colpevoli: abbiamo per mesi relegato quelle morti all’ordinario incedere della povertà, semplici effetti collaterali di disastri lontani.
Storicamente, e specialmente a sinistra, ci si è occupati dei “problemi del mondo”: di regola, sempre i più lontani, quindi i più irrisolvibili. Come già scriveva Prezzolini: “La sinistra si occupa della fame del mondo, ma non della fame che c’è a Canicattì.” Ecco, il passaggio dall’ordinarietà alla straordinarietà di queste morti, cova in sé due elementi, l’uno positivo, l’altro negativo: di buono, infatti, c’è che pare finalmente abbassata la soglia dell’orrore, giunta alle vette più inarrivabili fino a ieri l’altro; di negativo, però, ritroviamo il rischio del sinistrismo vecchia maniera,quello tutto solidarismo, ma con il culo degli altri. E’ pensabile accogliere tutti? E se l’Italia accogliesse cinque milioni di persone, cesserebbero i problemi del mondo? No. L’ipocrita medio, però, vuole vedere in quelle foto, in quelle morti, quello che non c’è né può esistere: è il moralismo ideologico il rischio politico in cui stiamo incappando . Come sostiene Veneziani, “sfamare la mia coscienza vale più di sfamare una persona. L’altruismo prescinde dagli altri: è uno stato d’animo, una tensione intellettuale, una passione ideologica.”
Al netto degli scimmiottamenti salviniani e delle boiate targate Meloni, infatti, stiamo facendo i conti con noi stessi, prima che con gli altri. È il nostro buon senso che chiede rigore, o sono le nostre paure a pretendere distanza da tutto ciò che stiamo vedendo? In fondo, le posizioni europee stanno cambiando e persino Cameron si è detto pronto a fare la sua parte, così come la Francia sempre più lepenista. La Merkel, poi, ha giocato d’anticipo: come ha sottolineato Flavia Perina, la cancelliera tedesca “sospende il regolamento di Dublino e si prende gran parte dei profughi siriani. I più facili da integrare, i più professionalmente qualificati, quasi tutti con famiglia e quindi socialmente stabili, laici più della media, sicuramente profughi di guerra, facili da identificare perché hanno tutti i documenti. Potevamo farlo noi, ma non ci abbiamo pensato perché eravamo troppo occupati a parlare di scabbia, ruspe e a dire che il problema è europeo.” Anche Romano Prodi ha salutato con estremo favore l’operazione tedesca: “Ha ridato dignità all’Europa.”
Cosa succederà, dunque? Il prossimo vertice del 14 settembre, in sede comunitaria, avvierà con ogni probabilità una politica di respiro europeo, perché a rischiare grosso è la tenuta dei principi fondativi dell’Unione stessa: come ha dichiarato il Ministro degli Esteri Gentiloni, “non dobbiamo tornare indietro, non dobbiamo mettere in discussione Schengen.” Già, perché la partita vera, infatti, si gioca sui testi della Convenzione di Dublino: entrare nel territorio comunitario deve significare entrare in Europa, non più soltanto nel singolo stato. È questa la premessa ineludibile per poter avviare una discussione seria sul come gestire la cosiddetta NON emergenza: per il prossimi 20 anni, secondo le stime del Pentagono, l’Ue dovrà governare fenomeni migratori di massa. Un vero e proprio problema “generazionale”, dunque, con oltre 200 mila ingressi già previsti nel giro dei prossimi mesi.