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A Rosy Bindi

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

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Illustre On. Rosaria Bindi,
ho seguito negli ultimi giorni la polemica riguardo le Sue affermazioni sulla camorra a Napoli: “É un dato costitutivo”, ha dichiarato. In molti, troppi, hanno interpretato male le Sue parole. Altri, invece, hanno voluto con coscienza e premeditazione attribuire un significato diverso e violento alle Sue affermazioni.

Ho deciso di scriverLe proprio per questo, per farLe arrivare una voce, per quanto piccola, ma diversa: i napoletani sanno che Lei, in fondo, ha pienamente ragione. Ed in particolare, cosa più importante, i giovani napoletani hanno piena coscienza della portata del fenomeno camorristico nella loro terra. Lei è certamente una politica esperta e di lungo corso, abituata allo scempio pre-elettorale tipicamente italico: Le ricordo, dunque, che a Napoli, tra meno di un anno, si vota. Sono sicuro che già si è fatta un’idea chiara sul perché il sindaco De Magistris abbia reagito in quel modo alle Sue ovvie e scontate parole: è partita la campagna elettorale ed è stata colta la palla al balzo. Un po’ di rumore, un po’ di “bordello”, così, random. Sul nulla, o quasi. Come ha già detto Roberto Saviano, quella del sindaco è una chiamata alle armi, un tentativo, di pessimo gusto, di assecondare viscidamente il peggio di noi napoletani. “Napoli è bella, è colta. Napoli è turistica etc.” Questa è più di una litania stucchevole: è un messaggio in codice alla parte dormiente della città, affinchè non ci siano segnali di risveglio. Provo ad essere il più chiaro possibile: Lei, forse in modo inconsapevole, ha toccato un tasto dolente, perchè ha detto ai napoletani, a noi napoletani, che, se le cose stanno così come le ritroviamo, c’è una nostra responsabilità. Eccolo, il Suo “errore.” Il sindaco, in fondo, non incarna che lo spirito anarcoide del nostro popolo: sempre vittima, mai carnefice. Un sindaco, e come lui gran parte della città, pronto a gridare, urlare, sbraitare solo e soltanto per rivendicare il proprio candore: è colpa degli altri, sempre. Questa è l’essenza della “Napoli bene.” O male, dipende dai punti di vista.
A chiunque conosca un po’ la storia del Mezzogiorno e di Napoli in particolare, le Sue dichiarazioni sono apparse vere quanto ovvie: il governo Saracco, 115 anni fa, con l’inchiesta Saredo, mappò per la prima volta la camorra napoletana, ne tracciò i confini, ne evidenziò la portata, le ramificazioni e l’invasività. La relazione conclusiva parlava già di “alta e bassa camorra”: la prima di matrice nobile e borghese, inserita all’interno della cosa pubblica, dell’amministrazione e della politica; la seconda da intendersi come una criminalità di mera manovalanza, di basso livello, di fame e di misera. Se consideriamo, ad oggi, Napoli e la sua provincia, possiamo ampliamente dire che nulla, o quasi, è cambiato: l’alta camorra è, con ogni probabilità, divenuta più alta, mentre la bassa è rimasta tale, o, forse, è scesa più in basso. In mezzo, in quel mare di nulla, troviamo chi l’ha criticata in questi giorni.
Quello che Lei non ha detto, però, On. Bindi, è che la pervasività dei potentati mafiosi non è più, ahinoi, un dato costitutivo riguardante solo la città di Napoli: da Presidente della Commissione antimafia, avrebbe potuto osare di più, andando oltre le solite ovvietà di rito. Le scrivo, infatti, nella convinzione di avere in Lei una reale conoscitrice del fenomeno mafioso, sia nella sua accezione storica, sia nella sua evoluzione economico-finanziaria. Già il professore Gianfranco Barbagallo, infatti, nel suo libro dal titolo“Storia della Camorra”, ci ha aperto gli occhi sulla drammaticità, in termini politico-sociali, della situazione: la penetrazione mafiosa all’interno della cosa pubblica e la forza economica delle nuove mafie in versione 2.0 fanno in modo che si possa di fatto far ormai coincidere la “Questione Meridionale” con una vera e propria “Questione Criminale.”

Ad oggi, purtroppo, cara On. Bindi, la Questione si è ancor di più complessificata, assumendo quantomeno una portata di carattere nazionale: la mafiosità è divenuta l’unica vera declinazione di una struttura di potere. L’essenza di ogni potentato politico economico è sempre più intrecciata all’evoluzione del potere delle organizzazioni criminali. E’questa, Onorevole, la sola verità che avrebbe potuto, e forse dovuto, urlare al mondo in questi anni di presidenza. Ed allora, e mi avvio alla conclusione, possiamo forse pensare che il tratto costitutivo, che Lei ha individuato, sia effettivamente circoscrivibile ad una sola fetta del Paese? Da Presidente della Commissione antimafia, non Le è sembrato più opportuno sganciare il tema mafioso dalla sua localizzazione territoriale? La querelle, dunque, non sta nei termini in cui i Suoi detrattori la stanno ponendo: Lei, on. Bindi, non ha detto cose ingiuste o non veritiere. Il problema vero è che, da Presidente della Commissione antimafia, ha detto, ancora una volta, troppo poco.