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Fiat: una vicenda incomprensibile

Scritto da Giuseppe Biasco Il . Inserito in Succede a Napoli

Quello che sta avvenendo a Pomigliano è la rappresentazione di uno scontro ideologico di altri tempi; ma, non solo per questo appare anacronistico ed assurdo. Infatti, in questa battaglia si fronteggiano un sindacato che non contratta ed un padrone che non produce. La mossa della Fiat, ha spiazzato tutti: i 19 operai iscritti alla Fiom, riassunti a seguito di una sentenza del Tribunale, sono rimasti fuori dallo stabilimento; saranno pagati, ma non lavoreranno. La stessa decisione presa per i tre operai licenziati a Melfi, due anni fa. La Fiom ha annunciato che ricorrerà di nuovo ai giudici per la nuova discriminazione che i lavoratori subiscono. Il provvedimento ha preso tutti di sorpresa, poiché i 19 operai avevano svolto un mese di formazione in fabbrica, ritenuto decisivo per il loro ritorno in produzione. Durante questo periodo i 19 erano stati costretti ad indossare dei bracciali che li distinguevano dagli altri operai, per cui nessuno li aveva avvicinati. Probabilmente il cordone sanitario attorno ai 19 non è apparso insuperabile ai dirigenti della Fiat, per cui hanno preferito lasciare fuori dai cancelli gli iscritti Fiom.

Sarà interessante capire come si comporterà la Fiat se tutti i 145 dipendenti che hanno fato ricorso al tribunale, dovessero ottenere una sentenza a loro favorevole. Dovremmo aspettarci, allora, il licenziamento di 145 dipendenti, per fare posto ad altrettanti operai, che non saranno immessi nel processo produttivo, ma pagati e lasciati a casa?
Questa è una vicenda che sa di assurdo, ma anche di intollerabile prepotenza!
D’altra parte tutta la vicenda Fiat è incomprensibile. Solo 5 anni fa la Fiat contendeva alla VolksWagen il primato di primo produttore d’Europa. Ora la Fiat si trova al settimo posto nelle vendite, dietro la BMW, che non ha mai prodotto utilitarie. Non solo:il titolo è crollato in Borsa e l’attivo del gruppo è garantito dalla Chrysler. L’esempio del fallimento della strategia di Marchionne è Pomigliano: fino a 5 anni fa esisteva l’Alfa Romeo, che produceva e vendeva 300 mila vetture all’anno, divise tra due modelli di successo, la 147 e la 156. Vi lavoravano 8.000 operai diretti, 2000 indiretti e 5000 nell’indotto, divisi tra la fabbrica motori di Avellino, l’ Ergom di Napoli ed altri stabilimenti nel Nolano. Oggi, nello stabilimento dove si costruisce la Panda, dopo una ristrutturazione dal costo di 600 milioni di euro, vi lavorano appena 2000 operai, e le perdite sono già consistenti. L’annuncio della fine di Nuova Fabbrica Italia, che ha avuto vita breve e sfortunata, è di questi giorni. Il ritorno alla Fiat Group, dalla dichiarata crisi aziendale, permetterà di richiedere ancora cassa integrazione, per una crisi senza fine. In queste condizioni difficili, aggravate da un contesto di recessione generale, a che servono gli atteggiamenti di scontro che rimandano agli “Anni duri alla Fiat”, raccontati da Pugno e Garavini in un libro famoso negli anni 70? Purtroppo, Marchionne non è Valletta e Landini non è Vittorio Foa. Perché, in questo assurdo disastro della produzione automobilistica italiana, il sindacato ha commesso una serie di errori gravi, che lo hanno messo ai margini delle decisioni, in un ruolo di comprimario e corresponsabile, dal quale sarà difficile liberarsi. La mancanza di un procedere unitario tra le tre organizzazioni confederali, ha prodotto quella divisione nella quale la Fiat si è introdotta, provocando quella spaccatura che a tutto oggi appare insanabile. E’ da censurare l’accettazione acritica e supina della Cisl e della Uil delle posizioni di Marchionne, ma al tempo stesso va sottolineata la politica minoritaria e perdente della Fiom, che continua a difendere diritti sacrosanti, per un lavoro che non c’è più. Ma se la difesa dei diritti, non garantisce il lavoro, anche le assurde prepotenze di Marchionne hanno dimostrato la loro velleità. Imporre tre turni per sette giorni di lavoro, con pause ridotte, con l’aumento dei ritmi e il restringimento dei diritti sindacali, non ha assicurato il successo dell’impresa. A discapito di tutte le teorie sulla totale flessibilità del lavoro, non è questa la chiave di volta per uscire dalla crisi di produzione e di vendita di una azienda manifatturiera. In una situazione come quella italiana, non c’era bisogno di uno scontro tanto irrazionale, ma al contrario, come è avvenuto in Germania, occorreva un patto tra produttori, per uscire dalla crisi e rilanciare lo sviluppo.Come si vede dalla vicenda Fiat di Pomigliano, non basta alla ripresa delle aziende, un ritorno alle relazioni industriali come quelle di 50 anni fa, il passato non ritorna. Purtroppo, Marchionne continua imperterrito nel suo cammino, ostentando sicurezza ed aggressività, riproponendo a Melfi il modello Pomigliano, terminando la produzione della Punto, modello di riferimento del marchio per oltre 20 anni, per sostituirlo con un SUV, un segmento di mercato nel quale la Fiat non ha prodotto mai vetture di particolare successo.
A Melfi si corre il rischio di riproporre lo stesso scenario di Pomigliano, una ristrutturazione costosa, una produzione non particolarmente innovativa, da inserire in un mercato già saturo, con il rischio di perdere migliaia di posti di lavoro.
Le vicende della Fiat, dell’ILVA di Taranto e della produzione dell’Alluminio in Sardegna, dimostrano, se ce ne fosse stato bisogno, che in Italia, in questi ultimi 10 anni, è mancata una vera politica industriale, a cui si è aggiunta una dissennata e disordinata politica del lavoro, che ha attuato una deregulation senza strategia, che ha impedito la realizzazione di nuove relazioni industriali, che imponessero una auto riforma del sindacato, per tentare la risoluzione dei conflitti e lavorare tutti insieme verso il superamento della crisi. Il liberismo è stato utilizzato come una clava ideologica contro le regole del mondo del lavoro; questa posizione strumentale e demagogica, ha indotto difese disperate di quelle regole, mentre la realtà quotidiana della nostra economia scivolava ogni giorno dalla crisi del debito pubblico alla recessione.
“Il realismo è la prima conquista di ogni riformismo”,affermava Jean Monnet, padre nobile della nuova Europa. Se manca una corretta interpretazione della realtà, non si può pensare di contribuire concretamente per il progresso della collettività. In questa assurda vicenda dei 19 operai, non c’è realismo, così che il riformismo agitato da una parte e dall’altra appare ridotto a mero esercizio demagogico e strumentale. Un buon sindacalista, in altri tempi avrebbe chiesto alla Fiat: ma come avete scelto i 19 che dovranno lasciare il lavoro al posto di quelli della Fiom? Secondo quali criteri? Una richiesta che fino ad ora resta inevasa, ma che lascia interdetti ancora di più a fronte dell’atteggiamento provocatorio ed eclatante della azienda nei confronti degli operai iscritti alla Fiom. Quando un sindacato non difende tutti i lavoratori, riduce la sua rappresentanza ad essere una parte e non il tutto. Quando si rappresenta solo una parte, un sindacato non potrà mai vincere, nel mondo del lavoro, questa regola, mai scritta, non è cambiata. Purtroppo, in questa vicenda perdono tutti: lavoratori, azienda ed il nostro paese.