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Progetto Erasmus: una farsa?

Scritto da Alessandra Mugnolo Il . Inserito in Vac 'e Press

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Cosa di buono ha prodotto la generazione Erasmus a parte la Madia come ministro della pubblica amministrazione della Repubblica Italiana? La riflessione che vorrei aprire con QdN mi piacerebbe vederla ambientata a piazza Bellini, che da luogo di ritrovo radical-chic della movida napoletana negli ultimi anni è parsa trasformarsi in una sorta di circolo di recupero post-Erasmus.

Nuovi studenti Erasmus ed ex studenti Erasmus nostalgici alla ricerca di altri studenti Erasmus, un fenomeno culturale o un delirio indotto? Grazie al Progetto Erasmus per 6\9 mesi quasi 1 anno rigorosamente e costantemente "pecunia muniti"si prosegue la propria formazione presso una università straniera nell'assoluta maggioranza di casi abbondantemente favoriti nel conseguimento degli obiettivi didattici, aspetto che è funzionale all'autosostentamento del Programma Erasmus stesso. Ci si abitua ad uno stile di vita a forte rilascio di neurotrasmettitori del piacere: feste e balletti da "terza media" in maschera e senza, bottellòn (che è appena entrato nel DSM come psicopatologia), sesso random (e chi dice con effettivo vero godimento soprattutto femminile), autogestione domestica sregolata, didattica trascurata, esami rubati (e diciamoci la verità!), alcool (ma a quanti piace davvero bere?), fumo e droghe leggere e non ( a quanti piace davvero fumare?); un mondo ideale, il paese dei Balocchi, un circuito di gratificazione che si automantiene e si potenzia a rinforzo positivo che però non potrà accompagnare come con ovvietà i nostri lettori coglieranno carriere di medici, avvocati, magistrati, architetti, economisti e chi più ne ha più ne metta per tutta la vita, a meno che non siate Eddie Morra di Limtless e non abbiate con voi 'NZT-48. Ed è proprio qui che casca l'asino o meglio l'Erasmus (non tutti però c'è da dirlo) nello sforzo al mantenimento del medesimo stile di vita anche a settimane, mesi, giorni, anni dal rientro accompagnato dall'impossibilità che ne deriva causa della depressione post-Erasmus come studi antropologici e psicologici attestano. Bisogna sostanzialmente rinunciare, una volta tornati, all'idea di sentirsi una creatura rara ed esotica, unica e desiderabile come ogni studente Erasmus per il contesto che si viene a creare (indipendentemente dall'oggettività della cosa) sente di essere e ritrova negli altri Erasmus, e riadattarsi alla normalità. Questo non accade perchè partire è molto più facile che tornare ed allora anche al rientro si ricerca l' "Erasmus", che per "Erasmus" in questo passaggio intendo persone, o anche abitudini di vita riproposte durante l'Erasmus, che rifaccia risentire ancora "Erasmus". E tenendo conto che nella visione psicologica dell'amore narcisistico l'uomo tende ad innamorarsi di quello che è stato in passato, di quello che è o di quello che sarà, ogni ex-Erasmus ricercherà altri Erasmus. Pare che dalla depressione post-Erasmus siano colpiti soprattutto chi proviene da piccoli paesi di provincia e non ha mai vissuto da solo ed è normale se dura qualche settimana, patologica se si protrae negli anni. Pare pertanto che la Comunità Europea abbia ben pensato al "prima" del Progetto Erasmus, da una parte muovendo il mercato, basti pensare alle tante associazioni che lavorano per gli studenti fuori-sede ma anche ai locatori e ai lavoratori nel campo della ristorazione e non solo per i quali essi rappresentano enorme fonte di guadagno, dall'altra alimentando quel senso di unità, quel cuore pulsante che oggi manca all'Unione Europea e che è per buona parte causa del disastro finanziario. Eppure niente è stato pensato per il "dopo" che fine fanno questi Pinocchio il cui equilibrio viene minato per moda, per fretta o per una voce nel curriculum che pesa meno di quanto si è fatto credere?