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Il senso di una riforma: l'accorpamento delle regioni

Scritto da Giuseppe Cozzolino Il . Inserito in A gamba tesa

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A meno di due anni dalla nascita delle città metropolitane, pare essere in atto, quasi per caso fortuito, un ulteriore riforma della organizzazione strutturale geografica dello stato, una di quelle riforme che a fasi alterne torna in auge e che forse vede oggi le condizioni giuste per essere attuata: la riforma delle regioni.

Secondo la nuova mappa, addio Piemonte, Val d’Aosta e Liguria, sostituite dalla Regione Alpina. Solo la Lombardia, che conta 10 milioni di abitanti, nella geografia dell’Italia settentrionale resterebbe al suo posto. Nascerebbe infatti il Triveneto dall’unione di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige. Nel centro Italia, invece l’Emilia Romagna (conservando il nome) ingloberebbe dalle Marche la provincia di Pesaro mentre Toscana, Umbria e provincia di Viterbo si unirebbero per formare la Regione Appenninica. Marche, Abruzzo e Molise formerebbero la Regione Adriatica. Il Lazio scomparirebbe diventando un unico grande Distretto di Roma Capitale – già città metropolitana – e lasciando le province di Latina e Frosinone alla Regione Tirrenica che includerebbe anche la Campania. Nel Mezzogiorno, la Puglia guadagnerebbe dalla Basilicata trasformandosi nella Regione Levante. Calabria e Potenza formerebbero la Regione di Ponente. Resterebbero come prima Sicilia e Sardegna, mantenendo il privilegio dello statuto speciale.

Il tema va affrontato da più punti di vista, primi elementi da analizzare sono l'effettività dei risparmi economici e della semplificazione burocratica che dovrebbero scaturire da tale riforma: si calcola che il costo complessivo dei consigli regionali ammonti a circa 1.160 milioni di euro mentre l’aggregazione potrebbe farne risparmiare allo Stato almeno 400 milioni. I promotori della proposta di legge, Ranucci e Morassut, entrambi esponenti PD, calcolano fino a due miliardi in meno. Ma ci sono studi che, partendo da risparmi sulla sanità che rappresenta l’80% della spesa regionale, ipotizzano cifre come 14-16 miliardi di spese minori. A incentivare ancora di più la riforma di sicuro il fallimento del federalismo fiscale che ha creato grande divario e disomogeneità tra le regioni. Per quanto riguarda invece l'aspetto della semplificazione, di sicuro tanto quanto è stato utile l'accentramento gestionale che si è avuto con la creazione delle città metropolitane ancor più potrà esserlo con la creazione di macroregioni.
Altro punto non trascurabile è la questione identitaria e culturale, questione posta per lo più dalle piccole regioni, che sono in fin dei conti anche quelle a perdere maggiormente in autonomia; ma apparte questo retropensiero, una questione culturale e identitaria esiste ed è necessario che nella ridisegnazione della nostra geografica vengano rispettate le singole identità locali, in quanto al vantaggio di un gran risparmio economico potrebbe corrispondere poi a uno squilibrio sociale, che è debito più difficilmente sanabile rispetto a quello economico.
Tirando le somme, dai pochi dati e dalle poche informazioni che per ora si hanno sull'ipotetica riforma, c'è da dire che i tempi sono maturi. Urge un'adattamento della struttura interna che favorisca l'equilibrio tra le varie aree dello stato "unico" e che al contempo sia funzionale ai rapporti comunitari. Il sistema delle Regioni incarna, oggi, agli occhi dei cittadini un insieme di sprechi, inefficienze e scandali politici e una eventuale riforma, utile e funzionale, non potrebbe che far riaccreditare tale sistema. Ciò di cui dobbiamo renderci conto però è che più che interrogarsi sulla sostanziale divisione geografica che si avrà dopo la riforma, bisognerebbe chiedersi: che cambiamenti subirà il titolo v della costituzione ? Il federalismo fiscale verrà modificato? Persisterà la legislazione esclusiva? E quella concorrente con lo stato? A queste domande per ora risposta purtroppo non c'è, ma sono questi i temi sui quali riflettere per la costruzione di una seria riforma del sistema delle regioni.