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La dialettica della follia va in scena al Bellini con “Enrico IV”

Scritto da Enrico Mezza Il . Inserito in Teatro

2015.11.12 - La dialettica della follia va in scena al Bellini con Enrico IV

Lassù, al di là del sipario, un uomo grida: “Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza della mia malattia!”. Dopo “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, il Teatro Bellini continua ad affrontare uno dei temi più complessi della società moderna: il dialogo con l’interdetto. In altri termini: il folle.

Fino a domenica 15 Novembre, al teatro di via Conte di Ruvo va in scena “Enrico IV”, una delle opere più significative di Luigi Pirandello. Per l’occasione, il Teatro Bellini affida la regia dello spettacolo a Franco Branciaroli, che interpreta altresì la figura del protagonista. Il dramma, suddiviso in tre atti, fu presentato per la prima volta a Milano nel 1922, in un contesto storico particolare, frastagliato.

Nello specifico, gli anni ’20 sono contrassegnati da due spinte ideologiche contrastanti, frutto della dialettica: comunità-individuo. Da un lato, la seconda decade del ‘900 segna l’ascesa delle politiche autoritarie del fascismo, contrassegnate da una tendenza uniformatrice. Sono gli anni in cui assumono pieno vigore le teorie lombrosiane, tendenti ad assimilare il fenomeno della devianza criminale con quello delle psicopatologie, con una chiara logica di emarginazione del diverso.

Dall’altro lato, invece, nello stesso periodo si segnalano profonde spaccature tra il potere politico ed un certo universo intellettuale. E’, infatti, nello stesso periodo che si assiste ad una produzione artistica particolarmente sensibile all’emisfero individuale: mentre Pirandello propone il suo “Enrico IV”, Italo Svevo scrive “La coscienza di Zeno” (1923) ed Eugenio Montale mette in rima i suoi pensieri in “Ossi di seppia” (1925).

E’ in questa società italiana, stratificata e diversificata, che un uomo moderno si avvia a cavallo ad un ballo in maschera, cade e sviene. Al suo risveglio, guardando le sue vesti e non ricordando altro, è sicuro di essere Enrico IV. La caduta, dunque, suddivide l’intera narrazione in due poli opposti. In primo luogo, scinde la vita del protagonista (di cui non è dato conoscere il “vero” nome), segnando il momento dell’insorgere della malattia. Difatti, la convinzione di essere “realmente” l’imperatore sassone accompagna il personaggio per vent’anni. Inoltre, la caduta traccia anche una profonda frattura tra la società ed il protagonista.

Una comunità di sani, che segue certe regole sociali, restando ancorata a precisi principi, non può accettare un soggetto che crede di vivere 900 anni prima. Per tale ragione, i parenti del sedicente Enrico IV tentano con ogni mezzo di farlo guarire. Tuttavia, non appena si avvicinano alla sua “realtà”, ciò che si considerava il delirio di un folle assume sempre più i contorni di un’operazione sistematica e consapevole. Difatti, il protagonista vive un edificio che riproduce pedissequamente le sembianze di un castello medioevale. Inoltre, ogni collaboratore domestico, ogni ospite è obbligato a cimentarsi anch’esso nelle vesti di un uomo del 1100, indossando i costumi dell’epoca.

Pirandello tenta di confondere i piani dello spettatore, miscelando, come lui solo sa fare, realtà e finzione, normalità e follia, fino a giungere a conclusioni inaspettate. Nello specifico, il dramma procede invertendo l’ordine del discorso. Inizialmente visto come schiavo della sua malattia, quindi da salvare, il protagonista si scopre pienamente consapevole di ciò che accade. Più precisamente, il soggetto conduce una finzione scenica, rifuggendo dalla realtà così come si presenta, verso cui è diffidente. Per fare ciò, plasma non solo la sua vita, ma anche quella delle persone che vengono in contatto con lui, facendone personaggi della sua stessa burla. Ne consegue un’inversione del binomio società-individuo, con il secondo fattore che diviene principale. L’emisfero personale della narrazione assume centrale importanza. Difatti, da escluso, il protagonista può concedersi il lusso di non rispondere alle stesse leggi degli altri personaggi. Può insultare, delirare, uccidere, semmai. E ciò, senza che nessun tribunale possa inquisirlo. Perché è pazzo, ma un pazzo pienamente consapevole.