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Masterplan per il Mezzogiorno: si ricomincia davvero da tre?

Scritto da Salvatore Capasso Il . Inserito in A gamba tesa

masterplan-SUd-Renzi

Pochi giorni fa è stato pubblicato il Masterplan per il Mezzogiorno. Il documento indica le direttrici lungo le quali si dovrebbe sviluppare l’intervento del governo a favore del Mezzogiorno. La novità rilevante è il tono con il quale il documento viene redatto: un tono informale e accessibile, molto enfatico e autocelebrativo, inusuale per un documento istituzionale.

I contenuti, invece, non fanno rilevare idee particolarmente nuove per promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno, né indicano azioni concrete perché si possano creare le condizioni per una crescita sostenuta nel lungo periodo. L’idea operativa è che non si ricomincia da zero, ma da tre! Il tre è figurativamente rappresentato dal parziale utilizzo dei fondi strutturali previsti per la programmazione 2007-13, spesi per l’80% a giungo di quest’anno e dei quali ci si ripromette di spendere il 100% al 31 dicembre 2015. Peccato che intanto è iniziata una nuova programmazione, quella 2014-21, sulla quale già arriviamo in ritardo e che deve ancora vedere sostanziali interventi di progettazione. Se, quindi, è accettabile considerare positivo il completamento della spesa dei fondi strutturali della programmazione passata e su questo porre l’attenzione, è altrettanto disarmante verificare che ci si dimentica che esistono già dei forti ritardi nella programmazione attuale. L’idea portante del Masterplan è, invece, quella di ricreare le condizioni di crescita attraverso una politica industriale che parta dai punti di forza dell’economia del Mezzogiorno. La politica industriale a cui si pensa ha come punti nodali una più accentuata liberalizzazione dei mercati, il finanziamento di grandi infrastrutture e forti investimenti in capitale umano. Del resto, sono questi i temi su cui la letteratura economica internazionale da sempre punta. Pur concordando per grandi linee con questa impostazione, rimane il dubbio della fattibilità e dell’efficacia di programmi di crescita per il Mezzogiorno che utilizzino solo queste leve. Infatti, sia un ampliamento della rete infrastrutturale che grossi investimenti in capitale umano (la buona scuola è indicata come esempio) esplicano i propri effetti solo nel lunghissimo periodo. Intanto nel breve e medio periodo c’è la necessità di rivitalizzare una domanda interna fortemente ridimensionata dalla crisi e dalle politiche di contenimento della spesa (la cosiddetta austerità). Inoltre anche azioni concrete quali la riduzione della pressione fiscale e delle tasse o la facilitazione dell’accesso al credito, rischiano di essere ininfluenti sugli investimenti privati se non si rimuovono le distorsioni e le inefficienze in mercati che non sempre funzionano come la teoria vorrebbe. Corruzione, criminalità, inefficienze burocratiche, sistemi di governance pubblica inefficienti contribuiscono a rendere pressoché ininfluenti politiche di stimolo degli investimenti. In questo contesto pensare di ricreare le condizioni di crescita e favorire gli investimenti solo puntando sulla leva fiscale e sul mercato del credito è un limite. Eppure il Masterplan non considera queste distorsioni, né, di conseguenza presenta interventi utili a rimuoverli.
Sarebbe auspicabile che il governo ripensasse una politica industriale nuova che tenga in considerazione le caratteristiche specifiche del Mezzogiorno. Una politica industriale che miri a favorire non solo settori specifici, come l’aerospaziale o il turismo, ma che punti anche a rafforzare intere filiere produttive e a favorire la domanda attraverso lo sviluppo di nuovi mercati e nuovi prodotti.