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Il volo di un circense: reale quanto il sorriso di un clown. Ecco “La Verità”, in scena al Teatro Bellini

Scritto da Enrico Mezza Il . Inserito in Teatro

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In “Opinioni di un Clown”, Heinrich Böll scrive: “quello che gli altri chiamano reale, a me sembra una finzione”. Oggi, come allora, un clown si adopera nel definire la linea di confine tra la finzione e la realtà”.
Dopo aver attraversato la fredda Montreal, la Svizzera ed altre coordinate geografiche, va in scena dal 08/12 al 13/12 al Teatro Bellini di Napoli “La Verità”, spettacolo scritto e diretto da Daniele Finzi Pasca.
Parte del pubblico napoletano già conosce il regista, che opera nell’ambito lirico e circense.

Nato a Lugano nel 1964, Finzi Pasca è una figura particolare, poliedrica e curiosa.

Muove i primi passi sotto la guida del clown Fery, con cui sviluppa una dimensione ciclica e completa del mondo clownesco. In India, l’artista svizzero sperimenta la sua arte dal naso rosso per assistere i pazienti allo stadio terminale; attraverso il “Teatro Sunil”, compagnia fondata dallo stesso Finzi Pasca, dà una sistematizzazione al “teatro della carezza”: una tecnica teatrale che contempla un crogiuolo di esperienze e, nello specifico, unisce le dimensioni del teatro alle movenze della danza ed alla mimica dei clown.

Come scrittore, si consacra con lo spettacolo “Icaro”, elaborato al termine di un periodo di carcerazione, scontato per obiezione di coscienza. Il dramma è strutturato in un monologo, che s’indirizza ad un unico spettatore. “Icaro”, ad oggi, è stato tradotto in sei diverse lingue ed ha girato i palcoscenici mondiali per 20 anni. In tempi più recenti, nel 2011, fonda insieme ad altri artisti ed a sua moglie Julie Hamelin la “compagnia Finzi Panza”, che lo porta tra le braccia di Parthenope un anno fa, al Teatro San Carlo, per l’apprezzatissima regia di “I Pagliacci”.
Nell’idea di Finzi Pasca, l’opera di Ruggero Leoncavallo è uno snodo tra il percettibile ed il dissimulato. Nella storica cornice del teatro borbonico, il regista svizzero ha riprodotto l’eterno confronto tra realtà scenica e reale. Con l’effetto, però, di assemblare indissolubilmente l’una e l’atra dimensione.
Ebbene, qualche mese dopo, Finzi Pasca ripropone a Napoli il tema del vero, portando in scena il primo lavoro della pluripremiata compagnia: “La Verità”.

Come confidato dall’autore, lo spettacolo nasce da due suggestioni.
Nel 2010, mentre prepara la cena di Natale, Daniele Finzi Pasca riceve una telefona: una fondazione d’arte gli offre di utilizzare in un suo spettacolo un telo dipinto da Salvador Dalì.
Quest’ultimo è stato concepito per la scenografia del balletto “Tristano il pazzo”, riadattamento surrealistico di “Tristano e Isotta”, realizzato dallo stesso pittore spagnolo.

La prima suggestione, dunque, fornisce il luogo dello spettacolo: il terreno surrealista.
La seconda suggestione, invece, chiarisce il tema della narrazione. Proviene dalle mura domestiche, più precisamente da uno scritto che Julie Hamelin legge al marito: “La verità è tutto ciò che abbiamo sognato, che abbiamo vissuto, che abbiamo inventato, tutto quello che fa parte della nostra memoria”.

Su queste basi, l’autore immagina tredici artisti, che si confondono l’un l’atro davanti ad un gigantesco dipinto di Dalì.
Si tratta di un’operazione di nouveau cirque, in cui il concetto di verità passa attraverso un’acrobazia circense. Difatti, nel teatro di Finzi Pasca, gli acrobati si affidano davvero al vuoto ed alla gravità. Il trucco che portano in volto, il naso rosso, la maschera di un toro, le ciglia lunghe, ancorché artificiali, prendono il volo, spinte da una reale tensione muscolare, che attraversa le articolazioni circensi.

Vero è, quindi, ciò che decidiamo sia tale. La verità è un concetto di affidamento, di scelta.
Come in “I pagliacci”, la morte e la vita sfidano il palcoscenico. Un pugno, una carezza, un bacio concesso da una maschera all’altra sono reali perché così vuole intenderli lo spettatore. E’ memoria, quella teatrale, è arte di discernimento. Capire se credere in quelle acrobazie ed in quelle maschere, oppure no.

Con il linguaggio circense, Daniele Finzi Pasca ci conduce attraverso i paradossi del teatro e della vita. Come Heinrich Böll, anche l’autore svizzero è consapevole che un pagliaccio non può piangere davvero. Ogni lacrima rovinerebbe il trucco, ovvero ciò che lo spettatore si aspetta da lui.
Se lo scrittore tedesco ha dimostrato che, dietro ogni clown, esiste un mondo di emozioni, allo stesso tempo, l’artista svizzero ci tinge il naso di rosso. In ogni spettatore, in ogni persona della vita reale c’è un clown. Non vi è differenza tra indossare una maschera, scegliendo di essere irreali, e decidere che il volo di un clown non sia finzione, ma (scenica) realtà.