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Godot è nell’orizzonte. Dal 27 al 30 Gennaio al Teatro Nuovo.

Scritto da Enrico Mezza Il . Inserito in Teatro

aspettando godot

Ogni opera di Samuel Beckett è una casa senza porte, un universo inaccessibilmente vicino, che ci consuma e ci esalta. Vivere l’esperienza di Aspettando Godot a Napoli vuol dire compiere un doppio salto nell’assurdo: prima nella finzione scenica della città campana, poi negli orizzonti del maestro irlandese. D’altronde, come da quest’ultimo affermato, ognuno di noi “si lamenta della scarpa, quando dovrebbe lamentarsi del piede”.

 

Dal 27 al 30 Gennaio, il Teatro Nuovo propone al pubblico napoletano: Waiting for Godot, arricchendo ulteriormente una validissima stagione teatrale, che ha visto, tra le altre cose, la rinascita della “Sala Assoli”.
La regia dello spettacolo è affidata a Maurizio Scaparro, che dirige un cast importante, formato da Luciano Virgilio, Eduardo Siravo, Enrico Bonaventura ed Antonio Salines.
Contrariamente a quest’ultimo, il regista romano è alle prese con la sua prima messinscena beckettiana, che ha dedicato “all’Europa della cultura”.

L’opera di Beckett s’inserisce in un periodo storico complesso e rivoluzionario, capace di interpretare i segni del mondo che verrà.
Al tramonto degli anni ’40, l’Europa recupera dalle macerie il proprio passato e scopre il proprio futuro. Il fermento iper-nazionalista ha sfogato nel sangue la sua idiozia, lasciando dietro di sé un crogiuolo di miseria, lutto e disperazione.
La decade che intercorre tra la fine della guerra e la ripresa economica rappresenta una zona cuscinetto, in cui l’uomo europeo prende fiato, prova a riflettere. Le certezze del neonato ‘900 non esistono più e, allo stesso tempo, è troppo lontana la spensieratezza della seconda metà del secolo.

In questo limbo, l’essere umano si sente cieco e sordo. In sostanza, monco. E’ il dramma dell’atomica, che spazza via ogni morale esistente, che disorienta e stranisce. In questo senso, l’assurdo. L’assurdo di continuare a raccontare una vita che non si comprende più; l’assurdo di non poter uscire da casa, bloccati in un appartamento senza porte. L’assurdo di non riconoscere e riconoscersi.
In questo momento, conta solo la cieca, muta e sorda attesa. Ciò non può che riflettersi sul palcoscenico teatrale.

Beckett esprime al meglio la dialettica del Teatro dell’Assurdo, operazione intellettuale che prende le mosse dal concetto filosofico dell’assurdità dell’esistenza.
In particolare, la condizione dell’assurdo non è paragonabile al moderno “no-sense”; piuttosto è l’incomunicabilità dei bisogni interiori, l’impossibilità di pervenire a soluzioni tranquillanti. Non contro il senso, o in assenza di senso, ma ignoranza del senso, che però si continua a ricercare, ad aspettare.

Non sorprende, per tanto, che spesso i personaggi di Beckett non presentino una fisicità completamente sana. Non sorprende neanche che ogni suo dramma si destrutturato, senza un continuità dialogica e temporale. Non esistono dialoghi di senso compiuto, ma riflessioni personali che sprofondano nell’oceano del discorso.
Nell’idea del drammaturgo irlandese, nell’assurdo, ogni uomo dipende dall’altro. Il servo dal padrone, il padrone dallo schiavo. I vecchi dai loro ricordi. I vagabondi dal loro vagabondare. Tutti quanti dall’attesa. Specie, quando si attende Godot.

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Anche per questo, En Attendant Godot è considerata una delle opere più importanti del ‘900, di cui però si continua ad ignorare il reale significato, sconosciuto perfino allo stesso Beckett (“se avessi saputo chi è Godot, l’avrei scritto nel copione!”). Intanto, la fortuna dell’opera non sembra arrestarsi.
Il dramma si compone di quattro personaggi, di cui due protagonisti, ed una comparsa. Manca, invece, l’essenza stessa dell’opera: Godot. Difatti, il copione racconta di Estregone e Vladimiro, che ancorché non sembrano sopportarsi, sono destinati ad attendere insieme l’arrivo quest’ultimo.

Godot, dunque, non può definirsi propriamente un personaggio. Piuttosto, è il senso.
Nello specifico, Beckett propone al suo pubblico uno scenario post-apocalittico, in cui gli uomini vagabondano per strade deserte, certi liberi, altri al guinzaglio. Un modo che non sembra vedere spiragli di luce, ma che piomba nell’assurdo.
In questo mondo, che unisce, perché fatto di persone sole, che dipendono le une dalle altre, Godot non giunge. Godot non si palesa, non si spiega. Soltanto, fa annunciare da un suo messaggero che non verrà, neanche questa volta.

Da un punto di vista linguistico, Godot è un tipico cognome francese, lingua in cui Beckett suole scrivere. In realtà, a Parigi, nel IX arrondissement, si può addirittura passeggiare per Rue Godot de Mauroy. Tuttavia, secondo gli amanti dell’etimologia, Godot è una parola inglese composta.
Il nome risulterebbe dall’unione di God (“Dio”) + dot (“punto”). In sostanza, i protagonisti del dramma attendono solo Dio, con un punto finale. Forse, l’epilogo, che però non potrà giungere alle pendici del Vesuvio.

Napoli è una città che si adatta perfettamente all’opera beckettiana.
Rappresenta una realtà destrutturata, in bilico tra sbiaditi significati del passato ed interrogativi puntiformi.
Non è più la città di Pulcinella, non è ancora, e forse (per fortuna!) non sarà mai, una città globalizzata. Vive uno straniamento, un po’ malinconico. In cui, riscoprendo una canzone della tradizione, basta ca ce sta 'o sole, ca c'è rimasto 'o mare.
In realtà, oltre il folklore, è il mare che salva. Mentre gli scenari beckettiani sono chiusi, sono camere senza porte, il mare permette ai cittadini di proiettarsi al di fuori, al di là.
Alla fine dello specchio d’acqua, si scopre una linea dell’orizzonte. Forse, questa rappresenta quel punto (“dot”), che però non arriva ancora.
Come Godot, l’orizzonte non giunge, però si vede. Come obiettivo, come traguardo. L’orizzonte straccia il velo dell’assurdo e consola. Chissà che è nell’orizzonte, in ciò che non c’è ancora, ma si intravede, che si nasconde Godot.