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Lo strano caso di "Stabia Main Port"

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Funiculì, funicolà

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Trentatre, trentatre e trentatre. Tre parti uguali. Tre società per un unico consorzio: la “Porto Salvo srl”, la “Pontili San Catello sas” di Catello Buonocore e la “Banchina Alessandro sas” di Aiello Annunziata si sono consorziate nella “Porto Antico di Stabia srl”, concessionaria di alcuni strategici beni demaniali marittimi portuali a Castellammare di Stabia.

Lo scorso giugno, infatti, viene inaugurato “Stabia Main Port”: il molo di sottoflutto è stato dato in concessione dall’Autorità portuale di Napoli al consorzio presieduto da una vecchia e non fortunata conoscenza della macchina comunale stabiese, il commercialista Umberto Graziuso. L’idea di fondo è bislacca: si è creato un piccolo punto di approdo per mega yacht, con una minima copertura di servizi per le imbarcazioni, a partire dalla fornitura di acqua ed elettricità. Un molo transennato, di cui siamo stati nei fatti espropriati, per fare in modo che attracchino navi da diporto. Eppure c’è chi ha esultato: “ L’iniziativa porterà alla città nuova ricchezza e lavoro”, tuonava l’allora sindaco Nicola Cuomo, non esattamente un veggente. In coro diversi assessori, qualche consigliere comunale, molti giornalisti locali: l’idea, nata stramba, è stata rivenduta per quello che non è e non sarà, perché “Stabia Main Port” non può e non potrà considerarsi un valore aggiunto per la città. Ogni valutazione, ogni analisi, infatti, merita di essere ancorata ad una visione finalmente nuova di Castellammare: è la parola turismo quella con cui, pur con estremo ritardo, l’intera classe politica stabiese deve fare i conti. Le iniziative, le idee e persino le suggestioni hanno come irrinunciabile unità di misura la cifra turistica che esse stesse propinano. Ogni concessione, ogni atto, ogni singolo provvedimento va interpretato, spulciato, combattuto o sostenuto avendo sempre e comunque ben chiara la parola chiave: “turismo.” Non se ne esce. Non c’è alternativa. E non c’è tempo. Il ritardo in cui la città versa non ha soluzioni immediate o poco dolorose. Bisogna avere visione, progettualità e rigore.
Ma se la prospettiva è questa, se il turismo è l’unica dimensione che pensiamo possa realmente appartenere alla nostra città, intrisa di bellezza ed opportunità, qual è il peso specifico di Stabia Main Port? In che misura la politica stabiese, giovane e meno giovane, ritiene che a tale sfruttamento privato delle risorse pubbliche corrisponda un guadagno per l’intera collettività?

Ora, sognare è un diritto che nemmeno il cinismo più becero può limitare. E’ dunque sacrosanta la passione con cui delle menti raffinate annidate nelle redazioni locali hanno partorito riflessioni, più o meno dettagliate, sulla permanenza in città di miliardari russi con il gas financo nelle narici e di sceicchi vestiti di soli petroldollari. Si potrebbe allora addirittura immaginare Beyoncè e Jay Z pronti per una pasta e fagioli allo chalet o persino una Rihanna qualsiasi in fila per una porzione di patatine fritte, prima della solita brioche ripiena al cioccolato. E’ pur vero che però, di sogno in sogno, non si è voluto cogliere ciò che la quotidianità ci ha offerto, impietosa nelle sue tracotanti prevaricazioni: tra le vie di Castellammare non abbiamo visto sceicchi, miliardari dell’est né popstar d’oltre oceano. Le solite facce, invece, purtroppo si.
Ed allora Main Port è uno strano caso di struttura turistica senza turismo vero, turismo reale, vivo e toccabile con mano. È questa, prima di ogni altra, la cosa peggiore e più grave: gestire in tal modo i beni della collettività non incentiva la crescita della città e non arricchisce la cittadinanza. Se il turismo c’è, ma non si vede, è come se non ci fosse: non entrano soldi e non si gettano le basi per la diffusione di una mentalità turistica, fino ad ora vera assente ingiustificata. Il megayacht che attracca paga il consorzio, non gli stabiesi. Ed il consorzio paga società come la “Luise Associates”, leader assoluta nei circuiti della gestione delle navi da diporto: intermediazione navale, potremmo definirla. Soldi che escono dalla città e non vi entrano, dunque. Ed allora la torta si restringe, si fa più piccola, proprio come il molo che ci è stato transennato in faccia: siamo di fronte ad un’attività che ci vede assurdamente perdenti.
Non è stato creato un indotto, non v’è rientro in termini economico-commerciali: sono stati dati in concessione dei beni demaniali marittimi senza che la cittadinanza ne possa trarre un qualche beneficio. Il Comune, all’epoca morente, festeggiò. Non c’è stata opposizione, anzi: dove erano e dove sono, oggi, il Pd e l’Officina Democratica di Nicola Corrado? Dove erano e dove sono i Cinque Stelle? Dove erano e dove sono i vari Pentangelo, Vitiello, Greco? E Sel? Dove erano e dove sono i giovani del forum? Dove erano e dove sono le associazioni che operano sul territorio? Nessuno ha alzato la voce, nessuno ha avuto mai qualcosa da ridire: è come se tutto dovesse andare inesorabilmente così. Perché? Di certo, noi abbiamo abdicato, ancora una volta: un’altra fetta del nostro territorio finisce per non appartenerci senza che battessimo ciglio. Si è deciso senza scegliere, senza alternative, dicendoci che ciò che pioveva sulle nostre teste fosse acqua, nonostante presentasse il solito tanfo maleodorante di piscio stantio: se la politica è inerte, la città ha dimostrato anche stavolta di non avere i necessari anticorpi.


Nel frattempo, la concessione del molo di sottoflutto scade tra un anno. Nell’attesa, come ci muoviamo? Facciamo sì che le navi attracchino non più parallelamente al molo, ma perpendicolarmente in modo che ne possano arrivare di più e di maggiore grandezza? Ed allora un’altra domanda è d’obbligo: ma chi ci guadagnerebbe? Castellammare e gli stabiesi? No. La risposta vera, forse, sta in quelle percentuali iniziali, con tutto quello che questo può significare. Trentatre, trentatre e trentatre: il turismo può attendere.