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“The Pygmalion” al teatro San Ferdinando: Shaw disvela le trappole della società

Scritto da Enrico Mezza Il . Inserito in Teatro

Pigmalione 

Dal 2 al 20 Marzo, il Teatro Stabile di Napoli offrirà il palcoscenico del San Ferdinando ad uno dei massimi esponenti della drammaturgia anglosassone: va in scena “The Pygmalion” di George Bernard Shaw. Lo spettacolo è affidato alla regia di Benedetto Sicca, regista classe ’75, che potrà contare su un solidissimo cast: Gaia Aprea, Fabio Cocifoglia, Francesca De Nicolais, Gianluca Musiu, Giacinto Palmarini, Autilia Ranieri, Federica Sandrini, Paolo Serra e Antonella Stefanucci.

Con Pygamalion, Napoli conferma una particolare propensione verso il teatro britannico, specie per quello che affronta particolari tematiche post-moderne. Per parte della critica, infatti, lo scrittore di Dublino incarna l’area sociologica del teatro dell’assurdo. Diversamente dal suo connazionale Beckett, per Shaw l’assurdo non risiederebbe nell’individuo, ma nella società. Le regole sociali, la divisione in classi e le convenzioni umane non sono essenza, bensì mera materia. Materia, però, di difficile gestione.

L’idea di Bernard Shaw è che l’uomo non è solo costruttore di regole, ma anche suo oggetto applicativo, vittima. Il drammaturgo immagina il cittadino al pari di uno scultore, che plasma la materia, fino a concepire una statua, al cui fascino, però, non resiste. Ciò è perfettamente riassunto in un racconto di Ovidio, contenuto nelle “Metamorfosi”, da cui Shaw prende spunto: il “Pigmalione”(per l’appunto).

Il poeta romano racconta di uno scultore che, innamoratosi di una statua femminile di sua creazione, chiede l’aiuto degli dei affinché l’opera artistica prenda vita. Il mito di Pigmalione simboleggia non solo il versante autoreferenziale dell’amore(l’artista s’innamora di una sua creazione), ma anche la forza didattico-emulativa dei rapporti sentimentali. Lo scultore istruisce la sua statua, la plasma, la educa. E’ naturale, dunque, che il suo amore sia un circuito chiuso, che inizia e finisce con egli stesso.

Al contrario, nel suo dramma, Shaw punta i riflettori del suo genio creativo sul coefficiente meno espresso dell’opera di Ovidio: la statua. Difatti, “The Pygmalion” attualizza la novella antica, calandola nelle regole della società inglese, utilizzando il punto di vista della creatura plasmata.

Strutturata in cinque atti, la commedia dello scrittore irlandese parla di Henry Higgins, professore di fonetica, che realizza una scommessa con un suo caro amico. L’oggetto della contesa ludica è Eliza Doolittle, una fioraia di estrazione popolare, che il professore promette di rendere una signora dell’alta società britannica.

Nell’ottica di Shaw, Higgins non è solo un padre irresponsabile, ma è anche un demiurgo senza patente. La scommessa vorrebbe ribaltare le convenzioni sociali, sfruttarle e prendersene gioco. Attraverso importanti e complessi esercizi di fonetica e di bon ton, s’intende modificare una realtà poco modificabile, che schiavizza l’individuo. La scommessa, pertanto, ha delle conseguenze devastanti.

Al termine della commedia, Eliza vivrà il dramma sociologico dell’assurdo: essere incollocabile, non sentirsi appartenente a nessuna famiglia, a nessuna classe sociale. Nonostante i suoi nuovi modi, da alta società, la ragazza non può sentirsi una dama da salotto; allo stesso tempo, però, le movenze acquisite la rendono troppo diversa dal mondo di provenienza.

Eliza, diversamente dalla statua di Ovidio, non rappresenta un esperimento riuscito, ma il fulcro del fallimento dell’uomo sociale, creatore di classi e convenzioni, da cui non si può sfuggire. Shaw insegna che la società contemporanea vive ormai di regole proprie, ingestibili, per cui un uomo stenta a sentirsi davvero libero, rimanendo schiacciato sotto il peso di secolari formalismi e divisioni.