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La politica della crisi profonda

Il . Inserito in A gamba tesa

politica

Marco Sarracino – segretario provinciale dei GD – si è prodotto in una spietata analisi della condizione politica di Napoli. In sintesi: i candidati a sindaco sono supportati essenzialmente da liste civiche e l’unico partito che si presenterà con il suo simbolo come forza politica fondamentale della coalizione, è il Partito Democratico ma, complice la gli errori commessi durante le primarie, non sembra in grado di costruire una lista competitiva ed aperta alla città.

Inoltre, continua Sarracino, è la città stessa, le sue forze produttive, i suoi intellettuali, a mostrare sfiducia nella politica, ad evitare ogni tipo di coinvolgimento e d’impegno. Mi sembra di poter aggiungere che un fenomeno analogo si sviluppa in molte altre città d’Italia, a Roma ad esempio, dove Bertolaso, Marchini ed altri si presentano quasi come sganciati dai partiti tradizionali che li sostengono. Lo stesso PD mette in campo un democratico anomalo, Giachetti, più noto per le battaglie di stampo Radicale condotte dentro, ma soprattutto fuori, dal PD. Perfino a Milano, i due candidati sindaci più importanti, Sala e Parisi, sono provenienti dall’esterno dei partiti.

Ciò vuol dire che la politica in sé vive una crisi profonda che non è testimoniata soltanto dalla cosiddetta antipolitica (la quale, in fondo, è una forma di politica) ma dallo svuotamento dei valori e dei sentimenti tipici della costruzione di un partito politico moderno. Si sostiene da più parti che stanno nascendo nel paese tanti piccoli gruppi di cittadini che cercano di organizzarsi in un terreno neutro fra politica tradizionale ed antipolitica. Attorno, ad esempio, ai comitati referendari, soprattutto quelli riguardanti il prossimo Referendum costituzionale.

Il Partito Democratico rimane l’unico partito in campo. Dovrebbe porsi, però, con molta più attenzione di quanto non fa il problema della disaffezione politica e delle nuove forme di organizzazione politica che embrionalmente sembrano nascere. Oggi il PD è, per così dire, “coperto” dall’azione di governo e soprattutto dalla personalità di Renzi il quale, se ne può dir bene o se ne può dir male, è l’unico leader politico della sinistra che parla realmente al popolo, ai cittadini.

Questa condizione, che in sé e per sé può essere anche positiva sul breve termine e può probabilmente assicurare una vittoria alle prossime elezioni politiche, può nascondere i problemi veri e reali che la politica italiana mostra. Il partito non ha più capacità di parlare autonomamente al paese, né a livello nazionale né a livello locale. Rischia di diventare un comitato elettorale per gli uomini di governo e per un certo numero di parlamentari la cui funzione si esaurisce con il votare i provvedimenti del governo. E’ una nuova forma di organizzazione politica? E’ il partito degli eletti? E’ il partito post ideologico? Oppure rischia di essere un partito di interessi personali (per non dire di affari), destinato a sgretolarsi come gli altri partiti allorché dovesse venire meno la leadership?

Credo che sia un dibattito da aprire con franchezza e chiarezza, semmai studiando quei paese, come gli Stati Uniti d’America, nei quali i partiti hanno sempre avuto una funzione diversa da quelli dei partiti europei, ma che sembrano essere anche quelli americani partiti comunque strutturati e radicati più di quanto non sembri, senza contare che anche in America la democrazia e la politica vivono una crisi abbastanza profonda. Basti pensare alla difficoltà dei rapubblicani a trovare un leader credibile (vedi Trump) e a quella dei democratici, che devono ricorrere ad una brava ma oramai anziana e già sperimentata politica, la moglie di un ex presidente.