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La doppia Frida, personaggio e reale, raccontata dal regista Mirko Di Martino

Scritto da Enrico Mezza Il . Inserito in Teatro

Frida - Enrico Mezza

Il 17 settembre del 1925, da qualche parte di Messico, un autobus azzarda un sorpasso, sbanda, incrocia un tram. Ciò che viene dopo è un inferno di polvere, lamiere e sangue. In quello strazio, una sbarra di ferro trapassa da parte a parte una studentessa, una disegnatrice, distruggendo la sua spina dorsale. Forse, in quel momento muore una ragazza, costretta a vivere la sua vita in condizioni fisiche precarie, tra atroci sofferenze. Nello stesso istante, nasce un’artista. E’ Frida Kahlo e raccontare la sua vita è un vero spettacolo.

Dopo la splendida kermesse del Vissi d’arte Festival, il regista ed autore Mirko Di Martino ha riproposto al pubblico partenopeo “Frida Kahlo, lettere d’amore e di dolore”, nella cornice del Museo PAN e del Nuovo Teatro Sancarluccio. Lo spettacolo è uno spaccato della vita della pittrice messicana, interpretata da Titti Nuzzolese, raccontata attraverso la sua relazione artistico-sentimentale con Diego Rivera, i cui panni sono vestiti (alternativamente) da Riccardo Polizzy Carbonelli e Nico Ciliberti.

L’intera rappresentazione è incentrata su alcuni pensieri autobiografici e lettere dei due amanti, proposte al pubblico attraverso la tecnica del reading: lettura tendenzialmente fedele dei testi scritti, accompagnata dalla video-proiezione delle tele di Frida. Per tale motivo, “Frida Kahlo, lettere d’amore e di dolore” è in primo luogoun’operazione di ricerca di materiale biografico, selezionato e composto con cura da Mirko Di Martino, così da fornire allo spettatore un’immagine completa della pittrice. Attraverso la lettura dei testi, si entra in confidenza con un’artista controversa, fragile e forte allo stesso tempo, segnata da due incidenti: quello automobilistico e l’incontro con Diego.

Frida assume le sembianze dell’ideale femminista e femminile del XX Sec.. La pittrice sudamericana si afferma in un mondo a propulsione maschile, creando una nuova concezione di arte.
Anche per questo, Frida rifiuta ogni classificazione artistico-intellettuale, espressione di un sistema che lei non riconosce. Sfugge all’etichetta di “surrealista”, sconosce ogni inclinazione politica dell’arte, non indossando mai i panni di “pittrice del popolo”.

L’artista di Coyocàn utilizza una pennellata sincera e dei colori veri. Più che dipingere, rappresenta, inscenando la sua vita sulla tela. Una vita di dolore e, spesso, d’immobilismo. Costretta a letto, Frida non conosce che il suo mondo, la sua visione, la sua emotività. Una realtà, pertanto, fatta anche d’immaginazione, che la permea, in una continua osmosi. Per tale motivo, ogni sogno riprodotto su tela non è finzione, ma verità, l’unica possibile.

Tuttavia, le lettere della pittrice portano alla luce anche un’altra chiave di lettura. Frida non è soltanto una persona forte e decisa, capace di sconvolgere gli assetti della società del tempo. Invero, la sua incredibile sensibilità nasconde una grande fragilità. Ribelle verso la malattia e la società, la donna di Coyocàn è imprigionata da un grande amore. Frida è spesso oscurata dalla figura di Rivera, che in parte adora ed in parte la schiaccia. Il loro amore è incredibilmente vivo e profondo, ma anche doloroso, come la malattia, come un secondo incidente. Una donna, femminista per carattere e vocazione, è assorbita in un’ideale di coppia impostole dalle circostanze, cui prova ad adattarsi, ma non sempre con successo. Forse, più che una sinfonia, il loro rapporto è un insieme di assoli, in cui si alternano due voci intonate.

Esistono, pertanto, due Frida, che rappresentano la (forse apparente) dicotomia: donna-arte. Non è semplice individuare il confine tra le due figure, interpretarle. E, ancor di più, appare complesso giudicare questo personaggio, il cui sentire è unico. Anche per questo, “Frida Kahlo, lettere d’amore e di dolore” ha avuto un enorme seguito di pubblico, perché non da’ interpretazioni personali, ma indaga. A capo di queste indagini, Mirko Di Martino, Direttore artistico del Teatro dell’Osso, regista ed autore dello spettacolo in questione, che ci parlerà di quest’ultimo e della sua idea di Frida.

Mirko, perché il reading?

Il reading nasce anche per un’esigenza pratica: consente di preparare lo spettacolo con meno giorni di prove, così da incastrarlo tra diverse incombenze. Ad esempio, quelle di Riccardo Polizzy Carbonelli, molto impegnato con “Un posto al sole”. Tuttavia, abbiamo trasformato questo limite in un vantaggio. Il reading permette di far assumere predominanza alla parola, rispetto ai costumi, alla scenografia ed a tutto ciò che si fa in teatro. Anche perché lo spettacolo si basa su lettere e testi originali, per cui è giusto che il pubblico s’interessi esclusivamente alle parole.

In quest’ottica, che funzione hanno le video-proiezioni dei dipinti, come arricchiscono lo spettacolo?

I dipinti sono molto importanti perché strettamente legati al percorso biografico di Frida. Come detto, abbiamo scelto di raccontare Frida attraverso le sue parole, ma non si può che raccontarla anche attraverso i suoi quadri. Vita ed opere sono strettamente connesse tra loro, non potendo prescindere l’una dalle altre. Non si può pensare di comprendere la vita di Frida senza la sua arte, né la sua arte senza la sua vita.

Che intendeva Frida con “dipingo ciò che vedo”? Vede unicamente la sua vita, o il suo sguardo va al di là?

Frida aveva spesso atteggiamenti anti-artistici, nel senso che cercava sempre di sminuire la sua arte. Forse anche a causa di suo marito, volendo lei mantenere il ruolo di pittrice non professionista, mentre l’artista era lui. Quando Kahlo esclama “dipingo ciò che vedo” si riferisce anche a quello che gli altri dicevano di lei, che spesso veniva classificata come “surrealista”. Secondo Frida, al contrario, la sua pittura non andava oltre la realtà, essendo esclusivamente la sua vita, sublimata mediante l’arte. Effettivamente, dipingere la spina dorsale spezzata come una colonna non è un’allegoria, ma è proprio la sua colonna vertebrale, reinterpretata dalla pittura.

Dunque, l’arte di Frida è autoreferenziale?

Molto, moltissimo. E’ anche strano, in fondo, pensare al successo internazionale di Frida, partendo da un’arte così autoreferenziale. Ritengo che lei, come tutti i grandi artisti, riesca a far diventare la sua biografia quella di tante altre persone. Cosa che invece Diego non faceva, essendo lui il maestro, il docente, l’illustratore, quello che spiega i concetti. Tuttavia, mentre l’arte di Diego è legata ai tempi, e un po’ si è persa, l’arte di Frida è diventata universale.

Riallacciandoci alla coppia, che tipo di amore esprime Frida nei riguardi di Diego: un amore egoista, un amore folle, un amore gregario?

Frida e Diego formano una delle coppie più famose della modernità, ma il loro amore non è propriamente quello che chiunque possa desiderare. Questo è uno dei paradossi della doppia Frida: la Frida personaggio e la Frida reale. La prima combatte per il suo amore, superando diversi ostacoli. Esprime sentimenti che piacciono molto al pubblico, che vanno di moda. La Kahlo reale, invece, è schiava del suo tempo, del suo ruolo. Come si ricava dal diario, è incapace di separarsi da Diego, che però non smette di dimostrare di desiderare altre donne, rivendicando ogni volta la sua libertà. Frida appare quasi grata a Rivera per il suo amore. Per la pittrice il marito è un grande uomo, un artista, che concede a lei il suo amore. Lei si limita a ricambiare la concessione, con la volontà di non lasciarlo mai. Come dici, probabilmente è un amore davvero gregario. Incondizionato, ma secondo un’accezione negativa. Lei, però, anche rendendosene conto, non poteva farne a meno. 

Restando sul tema, da un punto di vista artistico, sarebbe esistita Frida senza Diego?

Difficile dirlo, davvero. Lei dice chiaramente che i due incidenti più grandi della sua vita sono stati Diego e la malattia. D’altronde, sono gli stessi argomenti della sua arte. Le tematiche dell’arte di Frida e della sua vita sono identiche. Può darsi che la malattia abbia avuto una forte influenza sul suo percorso sentimentale. Il suo amore per Diego ingloba il concetto di malattia, di donna malata, incompleta, che non poteva avere figli. In molti dipinti la pittrice rappresenta suo marito come un bambino, che tiene in braccio. Diego incorpora e colma tutta una serie di vuoti, anche la mancata maternità. Ecco, in questo senso è impossibile immaginare l’arte di Frida senza Diego.

Frida consegna ai posteri un monito: “viva la vida”. Come l’intendiamo noi, verità o provocazione?

E’ complesso rispondere a questa domanda. Negli ultimi giorni Frida scriveva di tutto nel suo diario, ragionava anche sul suicidio. Tra questi pensieri durissimi, mi ha colpito una frase in particolare, ripresa dal nostro spettacolo: <<spero che la fine sia gioiosa e di non tornare mai più>>. Tuttavia, a quest’ultima frase fanno il pari altri pensieri, che ci consegnano una Frida che ama fortemente la vita. In sostanza, non so se “viva la vida” sia una provocazione, ma è comunque difficile stabilire quanto lei ci credesse. Leggendo i suoi testi ben si comprende come fosse una donna in preda alla disperazione. In fondo, “viva la vida” è scritto su dei cocomeri spaccati, di colore rosso. Il rosso è il simbolo del sangue, che rimanda alla sofferenza. Gli stessi cocomeri, come rappresentati, appassiscono al sole, formando una natura morta. “Viva la vida” è dunque scritto su un cocomero spaccato, che presto marcirà. Chissà se fosse ironico.

Grazie Mirko, le tue riflessioni su Frida contribuiscono tratteggiare la fisionomia di questo particolare personaggio. Salutandoti, però, m’interesserebbe sapere un’altra cosa. In un precedente spettacolo del festival “Vissi d’Arte” hai parlato di un’altra pittrice incredibile: Artemisia Gentileschi (così come raccontato da QdN). Ebbene, nella dicotomia arte-donna, esiste un parallelismo tra Frida ed Artemisia?

Ce ne possono essere tanti e nessuno. Nessuno perché sono due donne tanto distanti, che dipingono in epoche lontanissime tra loro, ognuna con le proprie dinamiche e mentalità. Ce ne possono essere tanti, invece, da un altro punto di vista, rispetto al significato dell’arte per le poche pittrici che sono riuscite ad affermarsi (anche se nel ‘900 ce ne sono state di più, Artemisia è davvero un caso eccezionale). Sia Artemisia che Frida rappresentano il loro percorso biografico in arte. Se non avessero avuto quella vita, la loro arte non sarebbe esistita. Arte-Donna…Diego Rivera, Caravaggio e tutti quei pittori che rappresentano il genio maschile dipingono oltre la propria biografia. Artemisia e Frida, invece, rappresentano il lato femminile, che ripiega sui propri sentimenti e lì si sofferma. Forse, anche per questo può risultare più vivo e sentito a distanza di tempo.