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Un referendum confuso e infelice

Scritto da Raffaele Paudice Il . Inserito in A gamba tesa

Trivelle-

Raramente si è vista nella storia recente italiana una campagna referendaria così confusa e condotta con argomenti che poco o nulla hanno a che fare con il merito del quesito.

 

Volantini, manifesti e comunicati dei promotori e delle associazioni ambientaliste fanno riferimento alle trivelle, con immagini di macchie di petrolio, spiagge inquinate, qualcuno addirittura pronto a ripescare le immagini della guerra del Golfo del '90 con foche e cormorani ricoperti di greggio.

I l messaggio che si sta facendo passare è evidentemente che chi voterà Sì al referendum del 17 aprile fermerà le trivellazioni in Italia, salverà le coste italiane da catastrofi come quella avvenuta nel Golfo del Messico, promuoverà in Italia lo sviluppo dell'energia pulita.

E' una narrazione dei fatti necessaria ai promotori, perché riducendo il voto al solo merito del quesito, si rischierebbe di mostrare il referendum nella sua nuda essenza, mostrandone la marginalità rispetto ai grandi temi dell'ambiente, e condannandolo inevitabilmente al disinteresse dell'opinione pubblica.

Il referendum, infatti, si limita a chiedere se le attuali concessioni in essere, che riguardano per lo più estrazioni di gas, entro il limite delle 12 miglia, debbano cessare alla prossima scadenza, o se, in caso di vittoria del no, possano essere rinnovate fino all'esaurimento dei giacimenti.

E' l'unico referendum rimasto in piedi dei sei che dieci regioni avevano promosso contro il governo in materia di concessioni, nuove esplorazioni e trivellazioni, soprattutto in conseguenza del ruolo che veniva tolto loro dal Governo con il decreto legislativo 152.

A seguito della proclamazione dei referendum, infatti, il governo è intervenuto dando sostanzialmente ragione ai promotori e vanificando 5 dei sei quesiti. L'unico quesito rimasto in piedi sembra avere più il senso di una prova di forza da parte delle stesse regioni nei confronti del governo, o, nel caso degli ambientalisti l'occasione di combattere una battaglia di principio.

Nessuno studio, infatti, nemmeno l'unico pubblicizzato da Greenpeace1 e condotto dall'ISPRA, mostra che le attività di estrazione delle 21 piattaforme esistenti entro le 12 miglia marine, che per la stragrande maggioranza estraggono gas e solo in quota residuale petrolio, abbia arrecato importanti problemi all'ambiente circostante2. Tanto da ammettere che la priorità del referendume non è l'inquinamento in mar, quanto il segnale politico da dare al governo.

Nel minimizzare essi stessi gli effetti che una eventuale vittoria del sì avrebbe nell'immediato (le prime concessioni scadranno infatti solo tra diversi anni) essi ritengono il tema del danno all'occupazione che ne deriverebbe assolutamente marginale, utilizzando il facile e indimostrabile argomento che le attività eco sostenibili compenserebbero abbondantemente la perdita occupazionale dei circa 400 lavoratori diretti delle piattaforme e delle diverse di miglia dell'indotto, riconducendo tra le attività eco sostenibili anche la pesca finora non consentita in quelle aree, tanto da farne oggi, paradossalmente, riserve marine.

Stupisce che un tale argomento venga utilizzato anche dalle forze di sinistra che hanno impugnato la bandiera dell'ambientalismo. Creando infatti un conflitto tra ambiente e sviluppo che oggi nei mari italiani evidentemente non esiste, chiunque metta a rischio anche solo poche decine di posti di lavoro dovrebbe preoccuparsi del futuro di queste persone e non limitarsi a parlare di conversioni e di nuove occupazioni, che come spesso accade quando si parla di green economy sono spesso aleatorie.

Questo leit-motiv della green economy mostra, a mio parere, le contraddizioni presenti oggi nell'ambientalismo italiano, che di fatto lo hanno relegato ai margini del dibattito politico del paese già da diversi decenni.