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La storia drammatica di amaore e violenza, tra gente che lotta per vivere e far vivere i sensi

Scritto da Lorenzo Riccio Il . Inserito in Teatro

CARMEN bellini

Fu proprio al Bellini di Napoli che, il 15 novembre del 1879, debuttò in prima italiana Carmen di Bizet. È utile ricordarlo ora, durante la messa in scena della sua riscrittura napoletana affidata da Mario Martone a Enzo Moscato, come flashback che aumenta la suggestione e l’attesa.

Lo spettacolo con Iaia Forte, Roberto De Francesco e Ernesto Mahieux, Giovanni Ludeno, Anna Redi, Francesco Di Leva, Houcine Ataa, Raul Scebba, Viviana Cangiano e Kyung Mi Lee, è in scena sullo stesso palco 137 anni dopo, dal 12 al 24 aprile.

 

Una volta, almeno in Italia, si chiamava “delitto passionale”, oggi si preferisce dire “femminicidio” per indicare la causa della morte di Carmen, la sigaraia troppo passionale e troppo libera per un uomo d’ordine e ligio alle convenzioni sociali quale Don José.

Così una Carmen, cieca e non più giovane, è tenutaria di un bordello, e racconta degli anni in cui era stata donna molto amata, aggressiva e generosa del suo corpo. E Cosè è un soldato umiliato, uomo fragile, estraneo e incapace di comprendere e condividere, travolto dalla passione per una voce che come un canto l’aveva ferito e da un’energia per lui misteriosa da cui non può più separarsi.

Nel racconto “a ritroso” la storia si colora e si anima, il vuoto si riempie di suoni e risate, di gesti scomposti dal desiderio dei corpi, di festa e di dolore, di umiliazione e di esaltazione.

Nato sotto forma di novella da un’esperienza personale vissuta in Spagna dal giovane Prosper Merimée (1803-1870), il racconto vide la luce nella sua prima edizione a stampa nel 1845, ma divenne universalmente celebre trent’anni dopo, nel 1875, quando Georges Bizet, con l’aiuto dei librettisti Henri Meilhac e Ludovic Halévy, ne trasse l’opera lirica che ancora oggi è una delle più rappresentate sui palcoscenici di tutto il mondo.

Entra “in buca” l’Orchestra di Piazza Vittorio ed è chiaro che Mario Tronco e Leandro Piccioni hanno in mano il timone del percorso. La musica di Bizet, trasformata in un labirinto di suoni - attraverso la contaminazione tra musiche e canti di paesi lontani - in cui far perdere storia e personaggi, cancella il suono dolce della risacca e disvela la storia drammatica di amore e violenza tra gente che lotta per vivere e far vivere i sensi.

Sul palcoscenico c’è il colore del mare napoletano scuro e notturno. Qui Enzo Moscato e Mario Martone hanno collocato la storia bella e drammatica di “Carmen”, donna di amore forte e libero, disperato per chi la incontra. E di gente fatta d’esagerati eroismi tragici, di passione vissuta come rappresentazione fragorosa, di colori forti e geografie miserabili sontuosamente esibite. Il primo è drammaturgo di genio, familiare per le suggestioni di una scrittura che adopera la lingua di Napoli come idioma di confronti e d’incontri, il secondo è regista che ama le confusioni di temperature e geografie differenti.

Il loro gusto sicuro si confronta con il mito di Carmen in uno spettacolo di energia assoluta, musicale, seducente, buio e disperato, in cui è dichiarato, evidente, appassionato e coinvolgente, l’”omaggio” ad un autore come Raffaele Viviani non meno di quello tributato a forme teatrali capaci di coinvolgere e travolgere logiche e comportamenti, come fece un tempo la mitica “sceneggiata”.

È particolarmente mediterranea la Carmen di Martone. È l’incrocio di umori e musiche della tradizione gitana, a cui hanno attinto Mérimée e Bizet, e trasmigra dalla Spagna dell’Ottocento a un altro luogo fatale di incrocio tra culture diverse, oggi più che mai: Napoli.

Protagonista è Iaia Forte, che per Martone ha recentemente recitato nello splendido Il Giovane Favoloso. Martone ha descritto così il personaggio di Carmen: “amica, musa e donna capace di stare al centro di molti incroci, quali saranno quelli della banda mista di napoletani e di immigrati che popoleranno il palcoscenico”.

Riguardo a Enzo Moscato, Martone ha detto che si tratta della “voce più lirica del teatro italiano del nostro tempo», impegnato a riscrivere i testi di questa favola mediterranea, «alla luce della più agguerrita e innovativa cultura europea contemporanea, oltre che della sua personalissima indole partenopea». Infine, sulla musica di Mario Tronco il regista ha dichiarato: “risaltano le zone della partitura di forte ispirazione popolare, mettendo a nudo la composizione originaria, rendendola il più semplice possibile, fino ad arrivare al centro dell’emozione».