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De Magistris e il partito one man show

Scritto da Giuseppe Pedersoli Il . Inserito in Vac 'e Press

Qual è il futuro politico di Luigi de Magistris e del suo movimento? Tutte le analisi politiche sono incentrate su decisioni e comportamenti del Partito democratico. Pierluigi Bersani, Matteo Renzi, qui da noi Enzo Amendola e Gino Cimmino, magari Bassolino e Cozzolino transitando per Ranieri: cosa fanno, cosa dicono? Il primo cittadino napoletano ha vissuto ben più di un quarto d’ora di celebrità che, a mio sommesso avviso, si è concluso con il tragico evento dell’edificio crollato alla Riviera di Chiaia (i soliti ben informati riferiscono che c’è stato anche qualche fischio, all’apparizione del sindaco) e con la clamorosa sconfitta di Antonio Ingroia alle recenti elezioni  (sconfitta dalla quale de Magistris ha prontamente preso le distanze). Ma se la luna di miele con la città si è conclusa, i cosiddetti “arancioni”, che fine faranno?

La parabola dell’ex Pm sintetizza il destino dei “partiti one man show” che hanno uno schema di funzionamento consolidato. Il leader, abilmente, si insinua in un vuoto politico imbarazzante contestando i notabili locali (nazionali, nel caso di Beppe Grillo). Alle prese con il governo della cosa pubblica, il “capo” si circonda di fedelissimi. Nascono i primi problemi e, ovviamente, i primi dissensi. I fedelissimi si sciolgono come neve al sole: Giuseppe, Narducci, Riccardo Realfonzo, Raphael Rossi e potrei continuare. Chiunque si permette di dire “non si fa così” è fuori: dal Palazzo, dalle partecipate, da dovunque. E non si fanno prigionieri. Se va via un assessore, per mera coincidenza il rapporto fiduciario di un altro assessore con la compagna del defenestrato crolla e quindi la staffista perde l’incarico. Gli ormai ex fedelissimi lanciano strali avvelenati contro il leader che li ha abbandonati. Si susseguono rimpasti che nemmeno Gino Sorbillo, alle prese con acqua, farina e lievito, avrebbe immaginato. Alla luce del successivo risultato elettorale, il leader prova a immaginare nuove (?) alleanze ma – miracolosamente – gli “alleandi” non sono più disponibili. Domanda: se per mera ipotesi, domani si votasse per il nuovo sindaco di Napoli, de Magistris e i suoi come ne uscirebbero? Poiché il meccanismo appena descritto è identico, ricordo che su scala nazionale abbiamo assistito alla scomparsa di Antonio Di Pietro, di Antonio Ingroia, di Oscar Giannino si è fatto fuori da solo prima di cominciare con la storia delle false lauree. L’exceptio che firmat regulam è Silvio Berlusconi ormai lì da vent’anni per indubbia capacità e per incommensurabile potere economico. Ma sono pronto a scommettere che, quando il Cavaliere si ritirerà dall’agone politico, i voti del Pdl crolleranno. D’altro canto l’articolo 49 della Costituzione parla chiaro, i cittadini partecipano alla vita politica attraverso i partiti. Ma quelli veri, non quelli “one man show”. Se non vuole scomparire come gli altri solisti che ho citato, Luigi de Magistris deve imparare a fare politica “insieme", non sempre e solo “contro”, che poi è un dato genetico della destra. Magari confluendo in uno schieramento. Il sistema si cambia dall’interno o con una rivoluzione. Finita la rivoluzione, però, si comincia a fare sul serio. Ci vogliono uomini, capacità, idee. Anche Grillo è avvisato.