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Città della Scienza: l’incendio di una città al tramonto

Scritto da Gianni De Falco Il . Inserito in Succede a Napoli

La visione di Bagnoli dopo l’incendio che ha distrutto Città della Scienza suggerisce emozioni che vanno oltre la sensazione della difficoltà di quel territorio.
Bagnoli, come Chiaia, sono la rappresentazione di una città in crisi, il tramonto di un sogno durato pochissimo tempo.
In un contesto popolato da improbabili amministratori e palazzinari assatanati il cittadino resta spaesato tra conversazioni surreali, allucinazioni private e feste indimenticabili, in una Napoli sporca, a tratti torbida e "proibita", alla ricerca di un irraggiungibile equilibrio: perché sotto lo scintillio superficiale di tante vite si nascondono ferite profonde, dissimulate dai comportamenti indecifrabili di giovani uomini e donne disorientati.


Sullo sfondo la città è un oggetto ambiguo o, se preferiamo, costituito da più fenomeni che, pur interagendo, si collocano su piani diversi.
Una città visibile o, meglio, “osservabile” per evitare confusioni con un’ipotetica città invisibile, che c’è, ma ci è nascosta, come i cortili delle città proibite, fatta di costruito, edifici e strutture, ma anche di persone fisiche e di tutti gli oggetti che vi si collocano, oltre al substrato orografico che la contiene e che in alcuni casi ne viene potentemente plasmato.
La città osservabile può essere (forse è) grande e complessa, tanto da strappare l’universale ammirazione. Ma dietro (davanti, sotto, sopra, all’interno, forse attorno, insomma strettamente interconnessa con) questa città ne esiste un’altra che non è osservabile con alcun tipo di lunghezza d’onda fisica, ma che produce, nel senso letterale di ‘causa’, ‘fa’, ‘costruisce’, la città visibile.
È la società urbana, con tutte le sue caratteristiche, demografiche, economiche, politiche e culturali, senza le quali la città non sarebbe così com’è, anzi non sarebbe affatto, perché la città non è un fatto naturale, una montagna di pietra su cui la ‘muffa’ si distende, adattandosi, ma un artefatto, prodotto a seguito di determinati processi sociali, non sempre trasparenti e non sempre ricostruibili nel percorso intenzione-realizzazione, ma in ogni caso esistenti. «Ogni città – usa dire chi ama la retorica – ha un’anima», possiede cioè certe caratteristiche che sono percepibili come uniche e originali, e che la distinguono dalle altre città.
Tutti noi ci siamo prima o poi esercitati, da comuni osservatori o da esperti urbanologi, nel cercare di ricostruire i protocolli di scambio che legano le pietre allo spirito, la città osservabile alla società che l’ha prodotta, domandandoci quale intelligenza collettiva abbia costruito quel particolare palazzo o edificio, quell’intricato insieme di edifici, vie e piazze, particolarmente quando ci troviamo di fronte alle affascinanti tracce di civiltà urbane dimenticate.
Si sono fatti e si continuano a commettere molti errori, soprattutto quando si procede moralisticamente o ideologicamente, perché la materia è scivolosa. Infatti, i numerosi tentativi di legare l’indole del popolo alle caratteristiche fisiche del territorio di insediamento hanno prodotto grandi quantità di luoghi comuni, ma poche certezze scientifiche.
Ma esiste anche un altro livello di complessità, perché, se la città è il prodotto della società urbana, è anche vera la relazione inversa, cioè che la città rappresenta il contesto in cui si sviluppa o si muove un certo tipo di società.
Napoli è tutto questo. Come città (luogo, contenitore) è, oggettivamente, bella e ci è invidiata da molti ma la sua ‘anima’ è nera, ribelle, ‘lazzarona’, infernale.
È difficile capire il fascino di Napoli senza averne respirato i profumi, vissuto le atmosfere, aver sentito urlare gli ambulanti nei mercatini rionali, guardato il golfo ed aver scorso in lontananza il profilo del Vesuvio.
Sembra che questa città assuma il volto dei suoi caratteristici vicoli e dei tanti stereotipi – non sempre dal connotato positivo – con cui è identificata.
Il sole, il mare, il golfo, ma anche la sporcizia, la camorra ed una serie di sostantivi accompagnati dal suffisso “mal” come mala-sanità, mal-governo, mala-gestione e così via. Bisogna vedere Napoli, così come consigliato da Goethe, per capire come il tutto conviva in un equilibrio precario.
Nella civiltà urbana si è affermato, nel tempo, un concetto molto importante: la responsabilità collettiva dei cittadini per la bellezza delle vie e delle piazze, un concetto pienamente ‘osservabile’ in molte città occidentali (soprattutto europee), a Napoli, invece, lo spazio pubblico è considerato ‘residuo irrilevante’ della sfera della vita privata e, quindi, non degno di attenzione.
Napoli è una ‘città senza comunità civica’ rappresenta un modello diffuso specialmente tra le città del Sud europeo (e non solo), qui manca l’interesse per ‘l’occhio pubblico’ e la sua relativa coscienza. La mancanza di occhio pubblico e l’esclusione generalizzata degli altri in un indistinto ‘non-privato/non-pubblico’ è probabilmente l’eredità di un modo antico di concepire l’urbano, in cui lo spazio pubblico non esisteva, perché la città era il risultato di una storia di aggregazioni di abitazioni private divise dalle religioni familiari che governavano la prepoliticizzazione degli individui. La diffusione del periurbano contribuisce a indebolire la città pubblica e a frammentarla in una serie di entità private, fortemente introiettate e poco interessate allo spazio comune.
Questa mia riflessione nasce dalla constatazione di una ‘assenza vera’ della comunità cittadina da Bagnoli. Come se quel pezzo di città fosse altro… un ‘non sentito’ urbano.
Come tutte le periferie di questa città e di tutte le altre città.
Bagnoli, la Città della Scienza, è stata bruciata (oramai sembrerebbe una certezza) da napoletani, non da altri. Da abitanti di questa città, di questo territorio e non da altri.
E’ inquietante, poi, pensare che al rogo possano aver contribuito alcune “anime di dentro” che avrebbero suggerito e “diretto” l’operazione.
Questa città così bella continua ad essere abitata da “diavoli”… il paradiso dei diavoli senza cultura e, senza grandi sforzi di immaginazione, continuerà a bruciare se stessa, a consumarsi attorno ad un apparato culturale non in grado di cogliere i cambiamenti, dove bellezza e minaccia, aristocrazia e plebe si incolpano a vicenda della povertà che li circonda continuando ad impigliarsi in reti economiche e politiche approssimative, generatrici di segregazione, esclusione sociale, povertà intellettuale e… incendi.