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BREXIT & REFERENDUM: Quando la Legge ostacola il Populismo

Scritto da Francesco Verdosci Il . Inserito in Vac 'e Press

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Una vera e propria tempesta, né più né meno. Una tempesta del tutto inaspettata ha sorvolato, sconvolgendoli, i cieli sopra l’appartamento numero 10 di Downing Street, abbattendosi furiosamente sulla Brexit. Come un fulmine a ciel sereno, in questi giorni, la Corte Suprema britannica - con una sentenza assolutamente storica - ha stabilito che il governo britannico non può avviare autonomamente le procedure per uscire dall’Unione Europea senza prima avere avuto l’approvazione del Parlamento.
Questo perché il Referendum populista, dietro il quale si trincerano il premier britannico ed il suo governo, è un referendum di tipo Consultivo, l’unico previsto dal sistema costituzionale del Regno Unito (a differenza del nostro sistema che invece prevede, per le modifiche costituzionali, un referendum di tipo Confermativo che ha carattere vincolante, proprio come quello a cui noi italiani saremo chiamati ad esprimerci il prossimo 4 dicembre).

Nel Regno Unito invece, così come ha ribadito la Corte Suprema U.K., bisogna passare necessariamente tramite il Parlamento, il quale deve certo tener conto del risultato di una così importante consultazione popolare, poi però deve necessariamente esprimersi favorevolmente o negativamente, prima che il governo possa dare seguito ad un evento di enorme portata quale è la c.d. Brexit., attuando l’articolo 50 del Trattato di Lisbona che sancirebbe l’avvio delle trattative per la fuoriuscita dall’Unione Europea. Ma tutto ciò pare essere sfuggito ad i vertici conservatori di Downing Street. E’ stata la businesswoman Gina Miller, 51enne cittadina britannica di origini sudamericane, a rivolgersi con un ricorso alla Corte Suprema, contro la decisione del premier britannico Theresa May di dare attuazione all’articolo 50 del trattato di Lisbona bypassando la decisione di Westminster, cosa che invece la Corte ha ritenuto assolutamente necessaria. La Miller ha scatenato un pandemonio di proporzioni epiche che sicuramente passerà alla storia; in Inghilterra già la chiamano la Davide Britannica, colei che ha osato sfidare il gigantesco governo del Regno Unito.

La Premier britannica dovrà affrontare il parlamento del regno in seduta comune e spiegare in che modo il suo governo desidera attuare la Brexit, poi dovrà attendere il voto dei Lord e della camera dei Comuni ed una sconfitta è alquanto plausibile se non addirittura probabile. Ciò porterebbe, secondo gli esperti più ottimisti ad una rivisitazione più “alleggerita” della Brexit (magari restando nel mercato comune) mentre i pessimisti sostengono che si possa arrivare a dimissioni, elezioni anticipate, nuovo referendum se non addirittura alla cancellazione totale della Brexit.

Il Governo britannico ora è sotto il mirino dei detrattori, in primis il primo ministro scozzese Nicolas Sturgeon il quale ha ribadito la volontà della Scozia di restare nell’Unione Europea ed ha avvertito la premier May sostenendo che i deputati del partito nazionale Scozzese non voteranno mai un provvedimento che se attuato danneggerebbe gli interessi della Scozia. Il leader labourista Jeremy Corbin rispetta il verdetto del referendum consultivo ma chiede il voto del parlamento e chiede al governo responsabilità e trasparenza sulle procedure di attuazione della eventuale Brexit nei tempi previsti dal governo stesso.

La premier May ha annunciato ovviamente il ricorso alla corte d’appello contro la decisione della Corte Suprema ma ciò non fa altro che sottolineare il caos più totale in cui si trova questo governo britannico. E questo, a mio avviso, è dovuto senza dubbio al fatto di aver permesso al populismo, alla mera propaganda svuotata di contenuti, ai fondamentalismi destrorsi di prendere il potere e di chiedere un voto su una questione fondamentale senza davvero addentrarsi nel merito della questione stessa. Ovviamente questo caos porta ad una profonda riflessione sui danni che possono fare e che sicuramente fanno i populismi, i movimenti che non studiano le leggi e le costituzioni dei paesi e che avanzano senza sosta, agitando i forconi dell’Honestà, dell’intolleranza ed in molti casi del fanatismo nazionalista.

Quella parte di popolazione che ha votato a favore della Brexit, dando ascolto al populismo del premier Theresa May e di Nigel Farage (leader di UKIP – praticamente un misto tra Forza Nuova, La Lega ed i Cinque Stelle) non ha davvero capito su cosa esattamente si votava, perché il populismo non spiega le questioni di merito e le conseguenze di tale votazione. I cittadini venivano da mesi bombardati di slogan coi quali UKIP e la May raccontavano che l’Europa è brutta, sporca e cattiva; che si mangia i loro soldi e divora il loro PIL ed il loro commercio tramite le banche; che gli immigrati di ogni nazionalità rubano il lavoro ai nativi britannici e proprio con l’aiuto dell’Unione Europea e delle Banche restano nel paese e ne diventano cittadini snaturando la loro amata Isola. Questo il populismo ha fortemente voluto ed oramai il danno è fatto; ma il Regno Unito ha ancora una speranza per rimediare agli errori commessi. Quella speranza che gli ha donato la legge e contro la legge non ci sono populismi che tengano; perché tutto va fatto secondo i suoi dettami che non possono essere bypassati; e perché infine esiste un parlamento fatto di rappresentanti eletti dal popolo che, volente o nolente, devono tenere sì conto di ciò che il popolo ha espresso ma devono anche rispettare la legge che governa e tutela il popolo stesso e che i cittadini-sudditi, populisti compresi, devono necessariamente rispettare, così come accade in ogni paese che si ritenga civile.