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Il Mezzogiorno nei processi di divergenza europea

Scritto da Riccardo Realfonzo Il . Inserito in A gamba tesa

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Una rondine non fa primavera. E così per il Mezzogiorno il timido risultato positivo del 2015 non ha innescato alcun meccanismo di convergenza con il Centro-Nord e tanto meno lo ha messo al passo con i Paesi dell’Est Europa. Insomma, nel 2016 il ritardo rispetto ai ritmi di crescita dell’uno e degli altri continuerà a crescere.

Queste constatazioni trovano conferma a una lettura del rapporto annuale della Svimez. Nel 2015, per la prima volta dopo molti anni, infatti, il Mezzogiorno è cresciuto più del resto d’Italia (l’1% contro lo 0,7% del Centro-Nord) e anche il mercato del lavoro ha messo complessivamente a segno un risultato più incoraggiante. Ma si è trattato di un anno del tutto particolare, una parentesi, dovuta soprattutto al fatto che la positiva accelerazione della spesa per la chiusura della programmazione dei fondi europei 2007-2013 ha determinato un temporaneo piccolo balzo degli investimenti pubblici.

Tuttavia, le previsioni per il 2016 che ormai volge al termine e per il prossimo anno, sono tutt’altro che rosee. Stando sempre alle proiezioni Svimez, la crescita del Mezzogiorno dovrebbe dimezzarsi quest’anno (0,5%), contro un modesto 0,9% del Centro-Nord; e anche nel 2017 – a meno di un cambiamento significativo delle politiche – il Sud dovrebbe continuare a passo di lumaca. Il sorpasso nei ritmi di crescita, l’agognata convergenza, sembra essere durata solo il breve spazio di un anno.

D’altra parte, se dalle considerazioni strettamente congiunturali eleviamo lo sguardo sul più lungo periodo il quadro si fa a dir poco plumbeo. Rispetto all’anno precedente lo scoppio della crisi, il 2007, il Mezzogiorno ha perso oltre 13 punti di pil, contro circa la metà del Centro-Nord. Sono anni in cui abbiamo assistito a una drammatica distruzione del capitale produttivo del Mezzogiorno, con gli investimenti calati complessivamente del 41% e il valore aggiunto della manifattura ridottosi di oltre un terzo. Non a caso, il Mezzogiorno segna oggi un tasso di occupazione inferiore a quello della Grecia. La traiettoria di lungo periodo vede quindi il Mezzogiorno continuare a perdere terreno rispetto al resto del Paese. E d’altra parte la competitività meridionale continua a essere molto bassa. Stando alla Commissione Europea, la competitività delle regioni del Mezzogiorno supera solo quella delle regioni della Bulgaria, della Grecia e della Romania. A sua volta, il recente rapporto della Scuola di Governo del Territorio su “La competitività italiana” mostra che le province e le città metropolitane meridionali hanno in questi anni mediamente registrato un ulteriore progressivo calo della competitività, apprezzabile sia che si guardi agli indicatori relativi al contesto territoriale sia che si guardi agli indicatori relativi all’apparato produttivo in senso stretto.

Rispetto a questi gravi processi in atto, molta parte del dibattito italiano tende a spiegare banalmente queste dinamiche con la inadeguatezza della pubblica amministrazione meridionale e la conseguente relativa incapacità di spendere utilmente i fondi europei. Si tratta di affermazioni difficilmente negabili, ma assolutamente parziali. Esistono processi ben più profondi e complessi, che spiegano meglio e di più cosa sta accadendo e quali siano i fattori profondi che remano contro il Mezzogiorno.

Da un punto di vista macroeconomico generale, è ormai chiaro che nel dibattito sulle tendenze spontanee nell’economia dell’Unione Europea avessero ragione Paul Krugman e gli economisti keynesiani, e non certo la Commissione Europea. In altre parole, è ormai evidente che l’unificazione monetaria e la mobilità degli uomini e dei capitali dentro l’Unione, eliminate tutte le

barriere, ha attivato processi di causazione cumulativi che tendono a concentrare lo sviluppo nelle aree centrali del Continente (essenzialmente per la presenza di forti economie di scala e di agglomerazione). Esattamente il contrario di quanto previsto sin dagli anni ’90 dalla Commissione Europea, secondo la quale con la moneta unica e la maggiore integrazione commerciale la crescita si sarebbe spalmata in maniera omogenea in tutta Europa, grazie al vecchio “principio dei vantaggi comparati”, stando al quale le aree più povere attraggono molti investimenti perché tutti i costi sono contenuti.

Vi è quindi un processo spontaneo di “mezzogiornificazione” in atto su scala europea, che tende a divaricare i ritmi di crescita economica tra centri e periferie. Processi di questa portata su scala continentale potrebbero essere arrestati solo se ci fossero politiche fiscali massicciamente redistributive a favore delle aree in ritardo di sviluppo. Ma non è certo questo il caso dei fondi strutturali europei, che si limitano ad assegnare appena mezzo punto di pil del Continente.

E sotto l’aspetto della quantità delle risorse le note dolenti non finiscono qui. Come si evince dalle statistiche ufficiali, infatti, nel confronto con gli altri Mezzogiorni d’Europa i fondi europei per il nostro Sud sono ancora più limitati, perché due volte sostituitivi rispetto alla spesa dello Stato. In Italia, infatti, la spesa pubblica ordinaria per il Mezzogiorno negli ultimi anni si è ridotta progressivamente, così come sono stati ridimensionati gli investimenti pubblici nazionali per la coesione.

Da un lato, quindi, il palinsesto macroeconomico europeo tende a concentrare lo sviluppo, dall’altro le politiche di coesione sono insufficienti. A ciò si aggiungono alcune ulteriori tendenze in atto che rendono ancora più difficile la condizione del Mezzogiorno. Se guardiamo infatti ai Paesi dell’Est Europa, nostri concorrenti nei mercati internazionali, ci rendiamo conto che alcuni di essi godono di vantaggi significativi rispetto al nostro Sud. Un primo vantaggio sta nella circostanza che in generale quei Paesi, soprattutto perché gravati da un debito pubblico largamente inferiore al caso italiano, hanno una pressione fiscale ben più contenuta e sono pertanto in grado di attirare più investimenti dall’estero. Un secondo aspetto riguarda la vicinanza geografica ai mercati del centro Europa, che incide non poco sui prezzi al consumatore. Per finire, alcuni Paesi dell’Est fanno parte dell’Unione Europea ma non dell’eurozona, e per questa ragione hanno ancora la possibilità di agire con politiche monetarie mirate, anche svalutando il cambio con l’euro e accrescendo così la loro competitività.

Accanto agli evidenti limiti della classe amministratrice meridionale, vi sono quindi forze macroeconomiche di scala continentale che tendono a spingere il Mezzogiorno lontano dall’Europa. A cospetto di tutto ciò, occorre riconoscere che la politica economica nazionale sta compiendo alcuni sforzi apprezzabili. Va giudicata positivamente l’accelerazione della spesa dei fondi strutturali 2007-2013 che ha permesso, in fin dei conti, di non perdere risorse europee. E ciò sebbene forti perplessità restino sul piano della qualità della spesa. Anche il masterplan per il Mezzogiorno e i Patti per il Sud costituiscono una novità metodologica positiva sul piano programmatorio, sebbene essi andrebbero resi coerenti con una visione strategica per l’intero Mezzogiorno che sembra ancora mancare. Restano poi alcuni nodi irrisolti, relativi alla quantità e alla qualità della spesa, ai quali nemmeno la manovra economica per il 2017 sembrerebbe dare risposta. Per quanto attiene alla quantità delle risorse, come si è detto, occorrerebbe che i fondi europei fossero effettivamente aggiuntivi rispetto alle risorse ordinarie (va notato che gli aiuti di Stato italiani sono oggi la metà della media europea), anche per progettare politiche industriali che facciano finalmente compiere un “salto” tecnologico e dimensionale alle imprese meridionali. E poi il Mezzogiorno ha sete di investimenti pubblici di qualità, collocati in una strategia di intervento maggiormente centralizzata, che renda possibile un coordinamento reale tra i vari assi di intervento.

 

 

di Riccardo Realfonzo - Università del Sannio, Direttore della Scuola di Governo del Territorio