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Schizzi di una riflessione filosofica tra libero arbitrio e determinismo

Scritto da Antonio Zapelli Il . Inserito in Vac 'e Press

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Il libero arbitrio rientra tra quei temi fondamentali della riflessione sull’uomo, di quelli sui quali nessun’epoca storica si è fatta mancare una parola. Tradizionalmente è all’età moderna che noi guardiamo se vogliamo cercare il contributo più grande e oneroso alla faccenda, e però ciò che più mi preme fare con questa breve indagine è considerare la questione in merito alle recenti, recentissime scoperte scientifiche che pongono un grande dubbio sull’effettiva libertà dell’essere vivente uomo, e dimostrare la duplicità di piani che riveste tale questione.

La domanda filosofica del ventunesimo secolo appare pressappoco questa: è ancora possibile parlare di libero arbitrio, di libertà dell’uomo, a fronte di indagini quali quelle della teoria dell’evoluzione, o dei neuroni specchio, o più in generale, degli enormi contributi offerti dalla scienza della genetica? E ancora: a cosa possono servirci i grandi contribuiti del moderno relativamente a questo problema? Secondo Mario De Caro, studioso di filosofia ed esperto di neuroscienze, è proprio il metodo del moderno ciò che può aiutarci a decifrare la questione, quello stesso utilizzato da Descartes, Leibniz, Hume, Kant, Mill e James:

«Il metodo che cerca di confrontare e, se possibile, di armonizzare le più radicate intuizioni riguardanti noi stessi con ciò che via via veniamo a sapere sulla struttura nomologico-causale del mondo naturale – un mondo di cui, in quanto esseri fisici, ovviamente anche noi facciamo parte»

Che cosa ci sta dicendo De Caro? Che secondo questo metodo, le riflessioni filosofiche hanno quasi il dovere di fare riferimento alle strutture “nomologico-causali” del mondo naturale. In altre parole: il luogo di “verifica” di una qualsivoglia riflessione o teoria sull’uomo è chiaramente lo studio scientifico, o meglio ancora: l’attendibilità di una riflessione filosofica sta anche nel fare i conti con i risultati scientifici, nel senso più generico possibile, del proprio tempo. Con ciò, si è descritta una direzione metodologica ben precisa dell’indagine filosofica. Un metodo che però non pare essere l’unico, come ci ha ben dimostrato il Novecento. Difatti l’idea che la filosofia debba tenere presente i dati provenienti dalla scienza è stata subordinata a una diversa strategia d’indagine: quella della pura analisi concettuale, del tutto scissa dal contesto scientifico del proprio tempo. Chiaramente un metodo come questo rischia di sviluppare riflessioni in abstracto, anacronistiche e mi azzarderei a dire anche filosoficamente irrilevanti. Una teoresi probabilmente molto potente, ma allo stesso tempo cieca e muta, schematica e incompleta. E col prevalere del secondo tipo di indagine sul primo, negli ultimi vent’anni la discussione sul libero arbitrio è stata sviluppata appunto su due diversi fronti: quello filosofico da una parte e quello scientifico dall’altro. Una vera e propria sfida intellettuale, dove la difficoltà è stata quella di coniugare l’uomo inteso come agente dotato di mente, creatore di significati liberi e razionali e un universo strutturato su brute particelle fisiche, che non hanno alcun significato, ordine, insomma del tutto prive di razionalità.

Ecco allora che, da un lato, la riflessione filosofica si basa sull’idea che il pensiero e l’agire siano manifestazioni essenziali e irriducibili della nostra libertà e della nostra razionalità. Ma subito, sul fronte opposto, la scienza ribatte guardando agli esseri umani come ad un agglomerato di particelle materiali. Tutti i comportamenti e le azioni degli uomini allora sarebbero spiegabili per mezzo del grande apparato delle scienze naturali. Due concezioni assolutamente antitetiche: l’una elimina l’altra. A prescindere dal fatto che le neuroscienze dimostrino o meno l’inesistenza del libero arbitrio, sappiamo che non possiamo più accontentarci di un concetto “ingenuo” di libertà. Tale concetto, a partire dal cristianesimo, è trapassato nella coscienza borghese (come libero scambio delle merci e della forza lavoro), fino all’irrisoria, ma non casuale, insegna di Auschwitz (“il lavoro rende liberi”).

Ma in realtà l’opinione che contrappone libertà e necessità è assolutamente approssimativa. Scrive Spinoza: “Si dice libera quella cosa, che esiste per sola necessità della sua natura, e si determina ad agire da sé sola: mentre necessaria, o piuttosto coatta, quella che è determinata da altro ad esistere ed operare secondo una certa e determinata ragione”. In altri termini: siamo frammenti di libertà, ma non siamo liberi. Solo accostando la libertà al caos, sottraendola quindi sia al determinismo che alla morale, la negazione del libero arbitrio non diviene accettazione incondizionata dello stato di fatto, ma tensione costante verso l’invenzione di nuovi modi d’esistenza.