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Il vecchio e il mare, una storia campana

Scritto da Andrea Amiranda Il . Inserito in Vac 'e Press

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Quando il sole d'estate rende faticosa la vita in città, le lunghe spiagge di Acciaroli rappresentano per Napoli ed i suoi abitanti un'oasi di salvezza: la tipica frescura cilentana ed i suoi anfratti selvaggi, la rendono infatti meta ambita e, al contempo, alla portata, essendo raggiungibile con appena qualche oretta d'auto. Il piccolo borgo di pescatori nel cuore del Cilento, tuttavia, è anche teatro di storie importanti, come quella che lega lo scrittore Ernest Hemingway ed il pescatore Antonio Masarone.

Una volta arrivati in Paese, su un cartello in legno si può leggere: "Benvenuti ad Acciaroli, il paese di Hemingway". Infatti, prima ancora che scrittore, il giovane Ernest apparteneva alla V armata USA del generale Clark quando ebbe occasione di vedere per la prima volta Acciaroli, innamorandosene a tal punto da farvi ritorno qualche anno più tardi (stavolta per motivi di piacere). All'epoca era un piccolo e semplice borgo di superba bellezza che, con le sue case, come perle distese sugli scogli, incrostate di salsedine, inumidite dalle onde spumose e inebriate dal fresco profumo della fauna marina, riusciva a fornire caratteristiche fiabesche.

Nel racconto di uno dei pescatori acciarolesi, tale Antonio Masarone, lo scrittore dal whisky facile giunse un giorno da lontano, troppo curioso per i gusti degli uomini di mare, che tuttavia alla fine riuscì simpatico grazie alla sua generosità. Fu così che zio Antonio ‘u Viecchiu stabilì un cordiale rapporto con il grande scrittore: "era un uomo che non faceva mai niente; si metteva sotto le giovani palme sul piazzale antistante la chiesetta, guardava il mare verso la Licosa e scriveva con a fianco la bottiglia e camminava scalzo come tutti noi, da me voleva sapere tante cose".

Hemingway amava il mare e quanti lo affrontavano per guadagnarsi il pane per sopravvivere. E Zio Antonio era uno di questi: trascorreva intere giornate a largo, lontano dalla sua famiglia ed era magro e scarno, con rughe accentuate alla nuca. Sulle guance aveva le chiazze del cancro della pelle, provocate dai riflessi del sole sul mare tropicale. Le mani avevano cicatrici profonde, ma nessuna di queste era fresca. Tutto in lui era vecchio, tranne gli occhi. Gli occhi avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri ed indomiti.

Quando nel 1952 il romanzo fu pubblicato, Antonio Masarone aveva cinquant’anni; egli lo lesse riconoscendo suo il contenuto, le esperienze di una dura esistenza vissuta sul mare, quel mare che fino a quando era in vita guardava con gli occhi bruciati dal sole e che segnava i battiti del suo passato, dei suoi più tristi che lieti ricordi e che, con la sua storia, colpì, quasi sicuramente, un uomo grande e sensibile, un amico che parlava un’altra lingua come Ernest Hemingway. Antonio Masarone, è rimasto così fino a prima di morire; è rimasto esattamente come lo scrittore descrive Santiago nel suo piccolo capolavoro che si costituisce di una storia semplice e tragica nello stesso tempo; giovane con i suoi occhi pieni di storia quotidiana e colmi di vita come il mare, quel mare che ha guardato fisso e gli ha narrato il passato con avvenimenti di un personaggio che pescava su una barca a vela nella corrente del golfo per decine e decine di giorni senza prendere pesce. E di questo personaggio, Zio Antonio sentiva di avere la mente ed il cuore.