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Un Natale nel dopoguerra

Scritto da Ernesto Nocera Il . Inserito in Vac 'e Press

Natale italiano 321

Alla fine del 1945 Napoli era ancora un mare di macerie. La città rinasceva lentamente con una economia drogata dalla occupazione, dal contrabbando e dalle Am-lire ,pura carta da macero. L’illuminazione stradale era insufficiente salvo che per le strade principali. I più prudenti andavano ancora in giro con la pila quando si aggiravano per i vicoli.

Passando per quei vicoli notavi che i cumuli di macerie e di rifiuti avevano un fruscio continuo. Se accendevi la pila ne scoprivi l’origine: migliaia di ‘zoccole’ che, uscite dalle fognature spaccate dalle bombe, la facevano da padrone. Migliaia di puntini rossi che brillavano nel buio. Erano così tante che c’erano anche esemplari albini. Non si spaventavano. L’unica era tenersi al centro della strada.

Il sottoproletariato napoletano si era adattato e spesso non aveva problemi economici. Contrabbando e prostituzione rendevano. Il dramma riguardava gli operai,la piccola borghesia a reddito fisso, gli artigiani senza più mercato.

Non era disagio. Era fame nera. Salari e stipendi erano stai distrutti da una inflazione selvaggia. Gli stessi risparmi di una vita erano diventati carta straccia. Sia pure nell’orrore del mondo descritto con cruda ferocia da Malaparte c’era chi sopravviveva. Chi non era adatto per educazione o stile di vita era in gravi difficoltà. La vita era difficilissima per i “poveri vergognosi “ cioè per chi non riusciva ad oltraggiare la sua dignità. A costo della fame più nera. Mancavano i vetri alle finestre e bisognava scegliere: tapparle con cartoni e restare al buio oppure prendere un po’ di luce soffrendo per il freddo che si insinuava da ogni fessura.

La mia famiglia abitava in un appartamento requisito dal Commissariato agli alloggi. Tre stanze. Una per famiglia. Niente cucina e servizi in comune. Niente infissi. L’intimità era garantita da coperte militari inchiodate agli stipiti. Nella nostra stanza eravamo in otto. C’era un misero letto dove dormivano i miei genitori insieme al più piccolo (un anno). Noi dormivamo, a volte in coppie, in certe brande militari col fondo di juta che si chiudevano a fascio.

Mio padre, parrucchiere per signora, lavorava tantissimo per garantirci la sopravvivenza. Perciò, oltre all’orario di bottega, andava anche a casa di alcune clienti. Accadde però che gli venne una brutta influenza con tosse e febbre, nonostante ciò andammo alla Pignasecca per un lavoro extra. In quelle occasioni lo precedevamo mia sorella o io, portando i ferri e preparando la cliente lavandole e asciugandole i capelli in modo che lui potesse iniziare subito. Ho sempre nel naso il ricordo dell’odore dei capelli che asciugavano. Un odore strano e particolare di sabbia calda. Indimenticabile.

Quella sera finimmo verso l’una. Faceva freddo e pioveva in maniera pesante. Dalla Pignasecca a Forcella si poteva andare solo a piedi. Oltre un chilometro. Ci avviammo, mio padre febbricitante ed io intabarrato in un impermeabile militare di tre taglie più grande. Cercammo di ripararci ma ce la prendemmo tutta. A casa mio padre si mise a letto con 40° di febbre, nella notte delirò. All’ epoca non c’era il Servizio Sanitario Nazionale ,tanto vituperato dagli idioti lodatori della efficienza della sanità privata. Il medico, specie se aveva a che fare con un malato povero, voleva essere pagato PRIMA della visita. Appena possibile corsi a chiamarne uno. Diagnosi impietosa: polmonite doppia. Mio padre era delicato di salute di suo. Quel colpo lo mise fuori combattimento.

Sempre a proposito di Stato sociale: Allora non esisteva nessuna forma di protezione sociale: Sussidi di disoccupazione, indennità di malattia. Niente. Zero via zero. Niente lavoro, niente soldi. I risparmi sparirono in pochi giorni. Cominciò a funzionare la rete di solidarietà familiare ma era insufficiente.

L’unica era rivolgersi alla assistenza pubblica. Andai in Municipio ( come primo figlio mi toccavano tutte le incombenze burocratiche perché mia madre non poteva allontanarsi dal letto di mio padre per chiedere la “Tessera di povertà”. Un documento in cui era registrata tutta la famiglia e che ne attestava, ufficialmente, la miseria. Con quella tessera mia sorella Elena o io,alternandoci, andavamo a via Pietro Trinchera (una traversa dei Tribunali detta anche vico della Lava) dove c’era il convento di Santa Maria ad Agnone le cui monache erano incaricate dal Comune di preparare e distribuire pasti caldi ai poveri: un filoncino di pane ed una gamella di minestra a testa. La minestra consisteva in pasta scotta cotta nella polvere di piselli. La Dry Pea Soup era un cibo immondo, non riuscivamo a mangiarla nonostante la fame. (Eduardo ne ha fatto il soggetto di una poesia :’A pòvere ‘e pesielle. Leggetela e capirete)

A casa intanto mia madre aveva preparato una pentola di acqua calda col fornello a segatura . Geniale invenzione napoletana che usava la segatura come combustibile. Un cilindro di ferro alto circa 70 cm e con un diametro di 25/30 cm. Al centro si infilava un tubo di 7 o 8 cm di diametro . La corona cilindrica che ne risultava veniva messa segatura molto pressata . Si sfilava con cautela il tubo ricavandone un camino, alla base del fornello c’era uno sportellino che aperto dava accesso alla segatura. Si scavava fino a raggiungere il camino , si accendevano un po’ di giornali e dopo i un po’ la segatura cominciava a briciare lentamente .Il calore era buono e una carica durava un paio d’ore.

Quando mia sorella o io arrivavamo a casa, mia madre buttava il contenuto della nostra marmitta nell’acqua calda e poi la faceva scolare per separare la pasta dalla polvere di piselli. Capirete che dopo tale trattamento la pasta era quello che era ma la mia coraggiosa madre cercava di “aggarbarla “ con un po di salsa al pomodoro o con aglio e peperoncino.

Per la sera andavamo, sempre mia sorella o io, a Piazza dei Girolamini. Il Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo ospitava un reparto dell’esercito americano. I cuochi ,dopo il pasto ,raccoglievano tutti insieme gli avanzi di cucina e quelli della tavola in grandi pentoloni fumanti in cui , in una brodaglia rosta c’era di tutto: pezzi di carne, pollo, wurstel ,patate , pasta scotta e perfino i dolci che in quel liquido si disfacevano dandogli un sapore dolciastro. La lotta era per avere quanti più pezzi carne possibili. I cuochi, armati di grandi mestoli, riempivano a casaccio le marmitte che venivano presentate. C’erano sempre liti e urla. I soldati nel cortile si divertivano da matti a quello spettacolo orrendo.

Infilata la tua marmitta in una borsa che l’uso aveva ridotto unta e bisunta tornavi a casa a passo lento per evitare che il brodo fuoriuscisse scottandoti e macchiando i pantaloni. A casa mia madre separava i pezzi di carne e le patate, salvava la parte grassa del brodo per usarla per i più piccoli e buttava via l’immangiabile resto. Anche la carne e le patate salvate venivano “aggarbate” con un po’ di cipolla e salsa. A volte era festa perché ci davano qualche scatola di “Corned beeff” (‘a carne ‘e biffe) o di “ Meat and Vegetables” uno spezzatino di carne e verdure abbastanza gustoso.

Quella misera casa però aveva un tesoro: il soppigno, o sottotetto in cui trovai una cassetta di bellissimi pastori di terracotta ed una cassa di libri! Libri per ragazzi molto strani; c’era la storia di Pierino porcospino, le avventure di uno scarabeo re degli insetti che si chiamava Armavirumquecano ( le prime parole dell’Eneide) ed un libro che non ho più trovato. Una edizione tedesca, stampata a Leipzig e illustrata benissimo in cui, con agile latino, si narravano le avventure di Hans, monello di strada. Ho vivo il ricordo di una illustrazione in cui una donna arrabbiata inseguiva un cane con la scopa. La didascalia diceva: “Canis , canis tibi vae ! Cave plagas foeminae!” ( Cane guai a te! Attento alle botte della donna). Quella cassa la scesi giù e la usavo come sedile. Aprivo e leggevo. Vicino alla finestra per avere più luce.

Giunse Natale. Per la strada c’erano segni di festa ma a casa mia non c’era niente. La stanza era semibuia. Mia madre sedeva al capezzale del suo Peppino che respirava pesantemente, asciugandogli continuamente il sudore . Me la ricordo così,con lo sguardo angosciato che correva dal marito ai figli. Senza piangere. Con occhi di pianto senza lacrime..

Non ce la feci più. Presi un libro (sempre in tutte le circostanze tristi della mia vita i libri sono stati amici e compagni) e con passo leggero mi alzai, scostai la coperta-uscio, uscii e ,quasi alla cieca , discesi il buio antro delle scale .

Eviti i cumuli di rifiuti e di macerie, presi per via Duomo e mi avviai per il Rettifilo che era abbastanza illuminato. Giunsi all’Università e mi sedetti sulle scale accanto ad una sfinge. Mi misi a leggere alla luce dei lampioni. Non faceva molto freddo, si poteva stare. Mi immersi nella lettura e l’attenzione che mettevo nel seguire le imprese di “Arnavirumquecano” agì come una sorta di anestetico morale sulla tristezza del mio animo.

Passò una pattuglia di polizia, una jeep con un graduato e due agenti . Mi diedero un’occhiata distratta e proseguirono verso i 4 palazzi. Dopo un po’ ripassando…

* Cosa fai qui? Altro sguardo, stavolta più sorpreso. Al terzo passaggio si fermano. Il graduato, un omone con la pancia che gli tendeva la divisa, si accosta e mi fa:
* Non lo vedete? Leggo.
* Dimmi la verità hai litigato con tuo padre !
* Ma quando mai. Mi andava di stare solo.
* Insomma basta ! Vieni con noi. Dove abiti?

Gli do l’indirizzo e mi accompagnano. Salgono insieme a me ed entrano in casa. La stanza, buia e silenziosa, era come l’avevo lasciata. I miei fratelli dormienti al freddo abbracciati, mia madre al capezzale di mio padre mentre il suo respiro pesante, affannoso, rotto da rantoli ,rompeva il silenzio.

Mi guardò mi carezzò lievemente la guancia dicendomi in un soffio: Hai ragione. Si voltò ed insieme ai suoi agenti cominciò a scendere per il buio antro della scale mentre la campane cominciavano a chiamare per la Messa di mezzanotte.