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The Gentlemen’s Agreement: il riso dell’underground musicale napoletano

Scritto da Francesca Ciaramella Il . Inserito in Musica

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Un patto serenamente stretto ai tempi delle saltellanti note campestri della giovinezza, viene sancito a Napoli nel 2006 da un gruppo napoletano che resterà ai più, pur dopo questo modesto contributo, una band di nicchia. The Gentlemen’s Agreement sono stati negli ultimi anni, a dispetto dell’anglicismo elegantemente scelto, una piccola e comunque entusiasmante pagina della musica del più complicato underground campano contemporaneo.

Sembra attualmente difficile che all’ombra delle tre storiche celebrità sonore napoletane (99 Posse, 24 Grana e Almamegretta), a cui gran parte del pubblico italiano ha riconosciuto e riconosce il merito di aver emancipato la più recente produzione cantautoriale partenopea, possano ergersi nuove e interessanti premesse artistiche. Da troppo tempo ormai manca quello stesso impegno sociale; è quasi del tutto scomparsa poi la necessità di guardare al testo musicale come a un documento di protesta collettivo o personale; e le nuove voci, pur sempre avvolte dalla fatalità oscura e dolorosa di questa magica città, hanno smesso di indagare. Semmai queste preferiscono nascondersi dietro un tenero soggettivismo, pervase dalla certezza che solo una folle o romantica arrendevolezza possa aiutarle a combattere l’entropia del quotidiano.

Ai The Gentlemen’s Agreement è toccato per esempio un esito, che potremmo definire per i suoi travolgenti inizi, tremendamente gaio. C’è una leggerezza di fondo che accompagna le prime prove musicali di questa ben assortita compagnia: mandolini e banji, tamburi e ukuleli che trascendono la realtà a cui siamo abituati e costringono a scorrere uno strano filo di storie campestri. L’insolito frontman Raffaele Giglio ha sempre riservato alla sua platea una strana magia da cantastorie, che si è rivelata spesso essa stessa saltellante e volubile come la giovinezza: attraverso energiche ballate country ha concesso momenti di fuga e di socialità dai tratti comunque smaccatamente napoletani; e con richiami folk e blues ha velato una impercettibile inquietudine.

Il miscuglio di stili ha prodotto due grandissimi risultati, prima nel 2008 Let Me Be a Child e poi nel 2010 Carcarà. Il gruppo è approdato col primo alla stagione ludica delle ballate fanciullesche, riscrivendo poi col secondo una matura parabola swing, invasa a sua volta da motivetti caraibici e malinconiche ma passionali danze spagnoleggianti. Da Napoli al Brasile di Rio, e poi di nuovo a Napoli con la terza prova della band partenopea in uscita nel 2014 dal titolo Apocalypse Town. Un album, questo, ardito nella sua pretesa di stabilire un improvviso e diretto contatto con la realtà. Si è passati in un battibaleno dalle burle alla critica e al sarcasmo più esplicito e tagliente: il concept fondante del nuovo prodotto discografico, che di discografico ha ben poco essendosi costruito a partire da una forma alternativa e sostenibile di finanziamento come il baratto, è stata l’alienazione prodotta dalla fabbrica moderna. Quindi il percorso dei Gentlemen ha toccato una delle cime più alte della sua maturazione artistica, fornendo così al cantante l’opportunità di mettersi in proprio e determinando l’inizio di un periodo di silenzio stampa per la band nostrana.

Un’esperienza breve, consumata velocemente, quasi con la rincorsa. Ma in fondo niente di strano per un esperimento musicale che ha tentato fin dal suo incipit, e attraverso il riso, di stare al passo della mutevolezza dei gusti e delle mode, della veloce e sconclusionata corsa dell’esistenza moderna.