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Stefano De Falco Presenta Vesuvius Valley: Perché Napoli è la città più innovativa al mondo!?

Scritto da Francesco Verdosci Il . Inserito in Letteratura

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Già il titolo di quest’opera letteraria è tutto un programma. Insieme alla sua quanto mai affascinante copertina raffigurante il Vesuvio in piena attività, dal quale erutta una corposa Melannurca (spiritoso mash-up tra il chiaro riferimento alla Apple Computer e la Napoletanità più classica) colpisce subito l’occhio e l’interesse dell’avventore che scruta gli scaffali delle ultime novità nelle librerie di Napoli e provincia.
L’immagine parla chiaramente e ci colpisce perché Il nuovo simbolo dell'innovazione è la MelAnnurca, La Apple Napoletana, direttamente dalle terre dell’agro nocerino-sarnese, altro che le oramai celeberrime Apple di Cupertino, California e di New York. Vi sembrerà totalmente assurdo ma ciò che si vuole trasmettere in questo gioco di parole ed immagini su copertina è che oramai la vera innovazione deriva dai bassi dei quartieri spagnoli, dai mercati della Sanità fino alla riviera di Chiaia, passando per Mater Dei fino a Pompei. Sono le botteghe artigianali, i mercatini rionali, lo street food locale, i bar dei vicoletti e le trattorie della città Il vero incubatore di rinnovamento e fonte di miglioramento continuo, senza sosta.

L’affascinante teoria riportata in quest’opera è frutto, è proprio il caso di dire, dell’ingegnere Stefano de Falco, ex Velista, Dottore di Ricerca in Ingegneria Elettrotecnica, responsabile dell'Ufficio Trasferimento Tecnologico dell'Ateneo. Un interessantissimo personaggio del mondo scientifico ed accademico napoletano che si è sempre occupato del rapporto tra tecnologia e geografia della innovazione urbana; uno stimato professore che insegna Geografia della innovazione urbana, che è Direttore del CeRITT - Centro di Ricerca per l'Innovazione ed il Trasferimento Tecnologico - Presidente della AICTT, ovvero l’Associazione Italiana Cultura per il Trasferimento Tecnologico, che ha lanciato lo scorso giugno - alla presenza della vice-ministra Bellanova - la prima norma italiana per la “misura della innovazione” e che ora si cimenta in questo interessantissimo trattato sulla creatività napoletana, scientifica e non solo.

Tutto parte dalla dimostrazione che l’autore fa del famoso teorema dello studioso americano Richard Florida ovvero: creatività, vivacità e multiculturalismo sono dunque la base dell'innovazione e dello sviluppo locale. Tutto ciò trova a Napoli – nei suoi quartieri e nella vallata vesuviana - il terreno di coltura quanto mai fertile, acri di sviluppo ideale, un vero paradiso di innovazione tecnologica e non solo, forse più di qualsiasi altro posto al mondo. Non a caso la Apple Computer (quella di Steve Jobs, quella dell’Iphone, della Silicon Valley e dello Stay Hungry Stay Foolish) ha scelto Napoli come primo laboratorio italiano per lo sviluppo di App e software, poiché la nostra è indubbiamente una città estremamente vivace e creativa ma soprattutto innovativa.

Napoli è sicuramente una metropoli fortemente ideativa ma priva di forze che siano davvero capaci di sostenerne la creatività. Partendo da questo dato di fatto, da questa amara riflessione, l’iconografia partenopea - non solo grafica ma anche letteraria scelta dall’autore nella sua ricerca e nell’impaginazione di questo trattato – è fondamentale per fruirne la lettura ed apprezzarne la ricerca stessa, curatissima sotto ogni dettaglio: Il Vulcano per eccellenza, forse il più famoso del mondo; una città adagiata tra le sue pendici ed il mare; delle icone celeberrime quali la pizza, il caffè, il mandolino, ma anche i vicoli, i quartieri, il sole ed il mare, le università antichissime ed i centri di ricerca all'avanguardia mescolati ad illustri personaggi della storia partenopea dai Borbone a Masaniello, dai Greci e dai Romani, dagli Angioini a Federico II di Svevia fino a Renato Caccioppoli.

Come ci spiega il suo autore, Stefano De Falco: “l’ispirazione è nata dall’esperienza della riqualificazione dell’area di Napoli est, che sto seguendo per l’Università Federico II, in cui si sta passando da fabbriche dismesse a fabbriche della conoscenza. Il cambiamento è tangibile, i nostri occhi ne hanno la prova se solo ci recassimo in quelle zone e finalmente anche nelle forze politiche c’è l’intenzione di sovvenzionare questa importantissima rigenerazione per la città e per il sud-Italia. Anche il recupero del lungomare rientra nel progetto perché tutto si sta realizzando anche in ottica di un tessuto urbano finalmente innovativo; qui non stiamo più parlando di innovazione riservata solo all’interesse scientifico, dell’università e della ricerca. Inoltre una cosa che credo sia stata un errore storico, ovvero la creazione di una frattura tra “signori e popolo”, è stata un’altra importantissima fonte di ispirazione durante la realizzazione dell’opera, poiché come scrive Clement, Le masse fanno parte di questa popolazione e dunque vanno coinvolte. Rimaniamo a bocca aperta se pensiamo che addirittura 300 anni prima di Cristo c’era la Lex Hortensia, una Legge Romana che teneva conto dei nullatenenti. Questa era innovazione vera e propria. ora dopo ben oltre 2000 anni le masse devono essere nuovamente considerate attori dello sviluppo locale e non soltanto identificate come parte passiva di esso se non addirittura come una semplice icona folcloristica”.

Il trattato dell’ingegnere partenopeo - ora tecnico, ora storico ed ironico - snocciola questi dettagli, queste storie, queste icone, come vari indizi proposti al lettore affinché possa poi darsi una risposta alla fatidica domanda: Napoli è o non è una delle città più innovative al mondo? Secondo Noi, assolutamente Si. Certo che si. Una risposta secca ma pregna di significante; una risposta scaturita dalle impressioni ed emozioni che si vivono ogni giorno per le strade, nei musei, nelle università, nelle trattorie, nei bar, nei bassi e nei quartieri e che la lettura di questo trattato non ha fatto altro che approfondire e confermare Ma questa è solo la nostra opinione. Se volete dare la vostra risposta a quest’affascinante ed intrigante domanda non resta che leggere quella che sarà, secondo noi, ricordata come una delle ricerche scientifiche più iconiche ed ironiche che abbia mai trattato della nostra Partenope.