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Il peccato della tossicodipendenza

Scritto da Mariano Paolozzi Il . Inserito in Vac 'e Press

maradona tossico

Il ritorno di Maradona a Napoli ha acceso, come era inevitabile, discussioni e polemiche di tutti i tipi. Se ne è scritto tanto, anche autorevolmente, per cui è inutile ritornarci. Un argomento, fra gli altri, è stato sfiorato, almeno nelle discussioni private o sui social più che nei dibattiti pubblici: quello della tossicodipendenza da cocaina del grande campione argentino.

L’aspetto sgradevole è che un certo numero di persone, soprattutto ripetiamo sui social, ne ha approfittato per attaccare Maradona in modo violento per la sua tossicodipendenza, senza rendersi conto, probabilmente, che così si colpivano i tanti, tantissimi tossicodipendenti che ogni giorno incontriamo nella nostra vita. Frasi come “premiate quel drogato di M…” oppure “Maradona come calciatore è stato grande, ma come calciatore vale niente perché era un tossico”, mostrano come e quanto il fenomeno della tossicodipendenza sia poco conosciuto, sottovalutato e, peggio ancora, dimenticato.

Il fenomeno droga si diffuse a livello, diciamo così, popolare attorno agli anni 70’, almeno in Italia. Prima apparteneva soltanto ad alcuni strati ricchi o intellettualmente molto elevati della società. Con il tempo si è diffuso fra la classe media e poi, via via, fino a toccare tutti i gruppi sociali e tutti i settori della società.

All’inizio il fenomeno spaventava, come tutti i fenomeni ignoti. Era difficile si riuscisse a comprendere in tutta la sua complessità e drammaticità. E il drogato finiva con l’essere trattato come un diverso fra i diversi, un reietto della società, un peccatore. Un deviato, un diverso per scelta. E anche il tossicodipendente finiva con l’allungare la storia delle emarginazioni come è accaduto per i gay, per i neri, per gli stranieri nel senso etimologico della parola. Con il crescere a dismisura del fenomeno si è acquisita una consapevolezza seria e rigorosa di ciò che poteva significare per la nostra società, per la nostra vita familiare, per la nostra esistenza.

Ci si è resi sempre più conto che il diffondersi della droga era strettamente legato ad affari illeciti e a traffici malavitosi di portata gigantesca. Al tempo stesso si è compreso che era anche un fenomeno sociale nel senso più forte ed ampio della parola, ossia un prodotto tipico di una società sempre più alienata, sempre più consumistica, sempre più in terribile crisi d’identità. Col tempo si è, vorrei dire finalmente, cominciato anche a comprendere l’aspetto esistenziale della questione che meritava un approccio di grande e profonda umanità.

Questa nuova consapevolezza ha avuto anche ricadute sul terreno politico e amministrativo. Sono nate le comunità di recupero, è cresciuto un volontariato, se così vogliamo chiamarlo, di contrasto e assistenza assieme per i tossicodipendenti. Poi, all’improvviso, il silenzio. La tossicodipendenza è stata derubricata come questione sia politica, sia sociale, sia morale, sia esistenziale. Dei dibattiti precedenti non è rimasto che quello riguardante l’aspetto legato alla malavita ed allo spaccio, discussione che si riaccende di tanto in tanto a proposito della vexata quaestio della legalizzazione delle droghe per stroncare il traffico internazionale delle varie mafie e organizzazioni criminali.

Non che, naturalmente, non vi siano tanti gruppi e persone che si occupano del dramma della tossicodipendenza, ma non è più al centro di quello che potremmo definire il discorso pubblico. Non è più un problema affrontare la tragedia esistenziale di chi cade nel baratro della dipendenza. E così ritornano quei vecchi pregiudizi di cui abbiamo parlato all’inizio: il drogato torna ad essere un drogato di m…

A mio modo di vedere, questo è uno degli esempi più eclatanti di una società completamente disumanizzata. E penso che compito della sinistra, soprattutto della sinistra ma non soltanto della sinistra, sia quello di mettere al centro del dibattito politico e culturale questa grande tragedia che investe uomini e donne di ogni ceto sociale ma che diventa ancor più drammatico fra i meno abbienti, nelle sterminate periferie delle grandi città, nei piccoli paesi delle province.

Troppo spesso, e forse con qualche eccesso di semplificazione, dal mondo della sinistra si indica Papa Francesco come l’ultimo baluardo rimasto alla sinistra stessa. Ebbene, non è Papa Francesco quello che, cristianamente, si rivolge agli ultimi di tutte le classi e le specie, e ai tossicodipendenti che sono sostanzialmente delle persone sfortunate, la cui vita è spesso distrutta per leggerezza, per disperazione e, soprattutto fra i giovanissimi, per puro caso? Quando si dice che il Partito Democratico e la sinistra in generale devono tornare fra la gente, significa dover tornare ad occuparsi di tali questioni con serietà e rigore. Senza ritenere di aver esaurito il compito solo perché di tanto in tanto si apre un gazebo in qualche periferia o si organizza qualche torneo di calcetto per i bambini di quelle zone.

Sono questioni serie, molto serie. E il primo punto è riportarle di nuovo al centro del dibattito pubblico, ossia dell’azione politica che non è soltanto assistenza (sia pure nobile), che non è soltanto volontariato (apprezzabilissimo), ma è anche incidenza sulle leggi, sulle condizioni economiche e lavorative della popolazione.