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Le istituzioni a Napoli si frammentano. Ma l'economia non ne soffre

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in A gamba tesa

napoli economia

Attraversiamo a Napoli un momento di frammentazione delle istituzioni fino alla loro paralisi. Il fenomeno colpisce sia le istituzioni rappresentative, quelle elette da tutti i cittadini come il Comune e la Regione, sia le cosiddette istituzioni intermedie, quelle che associano gruppi d'interesse come possono essere i sindacati dei lavoratori dipendenti.

Leggiamo dalla stampa che al Comune di Napoli è in corso un negoziato tra partiti e partitini per rinnovare la giunta De Magistris facendo posto a qualcuno finora escluso e fors'anche escludendo qualcuno già insediato tra gli assessori a palazzo San Giacomo. Circola poi la notizia che alla Regione Campania il presidente della giunta regionale De Luca avrebbe intenzione di mettersi, per così dire, in proprio, creando un suo autonomo raggruppamento non coincidente col Partito Democratico di cui finora egli ha fatto parte e del quale è segretario nazionale Matteo Renzi.

Quanto ai corpi intermedi, quelli che si frappongono tra il magma della società e le istituzioni elettive, è singolare che a Napoli in questi ultimi due anni i sindacati dei lavoratori, tutti e' tre i maggiori (la CGIL, la CISL e la UIL), sono stati commissariati dalle centrali nazionali, vale a dire che al posto di uno o più segretari eletti dai rappresentanti delle diverse categorie dei lavoratori napoletani, è subentrata una o più persone non sempre radicate nel nostro territorio ma inviate quaggiù da Roma.

La frammentazione istituzionale spesso conduce alla paralisi delle decisioni oppure segna il passaggio dalla collegialità all'autocrazia, al governo di uno solo. In ogni caso si mettono a rischio alcuni servizi pubblici che dipendono dalle amministrazioni e pure dai corpi intermedi. Parliamo in primo luogo dei trasporti collettivi e della sanità. Immaginate che vuol dire attendere fiduciosamente ad una fermata dell'Azienda Napoletana della Mobilità (ANM), controllare sul telefonino l'orario dell'arrivo previsto e constatare che uno dopo l'altro l'orario atteso viene cancellato. Un napoletano diciamo verace reagisce a questo disservizio esclamando "ANM allora vuol dire all'anema e' mammeta". Un turista proveniente da un'altra città, dopo una lunga attesa dell'autobus che da Capo Posillipo lo porti a piazza Vittoria, se c'è bel tempo decide di farsela a piedi e s'incammina scavalcando faticosamente sacchetti di spazzatura e immondizia versati sul marciapiede.

Una breve diagnosi dell'inconveniente porta a due spiegazioni alternative. La prima è che gli autobus che circolano sulla linea 140, sono a Napoli soggetti a guasti frequenti e non possono essere sostituiti da altri che non ci sono e se ci fossero sarebbero ugualmente mal funzionanti. La seconda spiegazione che ho raccolto da alcuni passeggeri (e la presento qui pur supponendo che sia malevola e infondata) vuole che la cancellazione degli orari programmati per gli autobus sarebbe a Napoli frutto di ... un'autogestione! Sarebbe da attribuire agli autisti dell'azienda che decidono di allungare i tempi di pausa tra una corsa e l'altra per fumarsi una sigaretta in più o intrattenersi discorrendo della squadra di calcio del cuore.

Comunque sia, le conseguenze che si hanno sull'economia locale dal cattivo funzionamento dei servizi pubblici a causa dei difetti delle istituzioni, sono conseguenze a prima vista negative. I cittadini socialmente deboli (lavoratori dipendenti a basso reddito, pensionati al minimo) non possono sostituire l'autobus con l'automobile privata oppure con la corsa in taxi. E chi può sostituirlo paga di tasca sua (perdita di benessere pecuniario) oppure contribuisce all'inquinamento atmosferico (costo collettivo). Ma questa conclusione sottovaluta la capacità di adattamento dei

napoletani i quali si sono inventati un servizio informale di condivisione (sharing) dell'automobile: un passaggio a pagamento, di due euro o più a seconda del percorso, offerto alla fermata dell'autobus da una vettura privata. Di solito il servizio funziona: l'ospite occasionale dell'autonoleggiatore abusivo dichiara il percorso desiderato e alla fermata indicata paga e scende. Niente di pericoloso come la condivisione che utilizzai anni fa a Buenos Aires quand'ero più giovane e perciò ero in grado di prendere e lasciare in corsa il pulmino privato sostitutivo del bus pubblico.

I turisti in visita a Napoli se la cavano meglio di noi nel trasporto da un punto all'altro della città oppure in località amene come la Costiera amalfitana. Si servono di grandi pullman attrezzati di tutto, ad esempio di toilettes comode che a Napoli da tempo sono scomparse dai sottopassaggi o dai giardini pubblici, e si muovono, sostano, bivaccano in alcuni punti prestabiliti tornandosene infine a Roma senza aver speso un centesimo nella nostra città.

Nonostante i disservizi del trasporto pubblico e a dispetto della reputazione di Napoli città pericolosa, afflitta da guerre di bande camorristiche, il turismo non sembra aver risentito di disagi e pericoli. Anzi negli ultimi tre anni da noi è diventata una vera "industria dell'accoglienza" con la diffusione di alloggi anche a buon mercato (i B&B, bed and breakfast) e di trattorie che servono prodotti tipici (la pizza, gli gnocchi alla sorrentina, la frittura all'italiana) a prezzi accessibili alle tasche di un capofamiglia con moglie e due figli.

Un altro segmento dell'economia napoletana che ha preso vigore in questi anni, è la produzione di cibo (latticini, pasticceria fresca, olio d'oliva, conserve alimentari), tutto ciò che ruota intorno alla cosiddetta dieta mediterranea che, secondo studi avviati negli Stati Uniti decenni orsono, allungherebbe la vita del consumatore. Di questi alimenti, le cosiddette eccellenze del nostro territorio, se ne vendono sempre di più all'estero. Ne può fare esperienze anche uno di noi che passando per i corridoi dell'aeroporto di Capodichino è tentato di comprare e portare con sé in volo questi prodotti imitando gli stranieri in partenza da Napoli. Le nostre eccellenze produttive non paiono neppure loro risentire la frammentazione e la rissa che si manifestano tra gli attori delle istituzioni sempre che questi inconvenienti istituzionali non compromettano i controlli di qualità necessari per dare reputazione ai prodotti tipici dell'agro-industria campana.

Neppure i manufatti dell'abbigliamento di qualità (camice, cravatte, guanti, abiti, scarpe), un altro settore della manifattura tipica partenopea, paiono risentire della crisi istituzionale se non perché un Comune come quello di Napoli assai indebitato e sull'orlo del dissesto contabile e una Regione come la Campania che gestisce per lo più la cosiddetta finanza derivata (sovratasse di quelle nazionali e trasferimenti di fondi pubblici dallo Stato e dall'Europa alla nostra Regione), non iniettano un elevato potere d'acquisto nell'economia locale essendo stati obbligati dall'Unione europea a praticare una politica di austerità pagando scarsi stipendi a un ridotto numero d'impiegati pubblici e rallentando la spesa per investimenti pubblici.

Da questa rappresentazione alquanto ottimistica che ho finora dato al rapporto tra la politica (le istituzioni) e l'economia, si potrebbe dedurre che sono due sfere tutto sommato separate. E qualcuno potrebbe anzi concludere che per il bene dei cittadini è opportuno che queste due sfere rimangano così. Un compenetrazione più stretta, un'interazione più intensa può fare danni, guasti devastanti. Chi pensa e parla così ha in mente l'esperienza della cosiddetta Tangentopoli napoletana che trent'anni fa con le indagini dei magistrati tolse di mezzo i politici dell'epoca molto influenti, di destra, di centro e di sinistra, incriminati per corruzione e costretti nel migliore dei casi a patteggiare la pena, nel peggiore a subire processi e condanne ripetuti.

Eppure non è necessariamente così. Non è necessario che istituzioni e imprese siano mondi distinti, non comunicanti. Sono anzi convinto che una gestione corretta e attenta della cosa pubblica, l'esistenza di istituzioni rappresentative ben governate e di corpi intermedi che difendono interessi collettivi legittimi, contribuiscono al benessere sociale evitando i rischi del "fai da te" che può tentare ciascun cittadino in mancanza di buon governo.

Per ora chiudo questo mio contributo con la promessa "il seguito alla prossima puntata" come usava nei romanzi d'appendice di una volta.

 

di Mariano D'Antonio è un’economista ed ex Prof. di Economia dello Sviluppo