fbpx

Elvira, Tony Servillo e la maieutica dell'attore

Scritto da Enrico Mezza Il . Inserito in Teatro

Mezza2

Fino al 12 febbraio, torna al Teatro Bellini Tony Servillo, con il suo ultimo lavoro: Elvira. L’opera rappresenta la trasposizione di Elvire Jouvet 40, quaderno in cui Brigitte Jaques trascrisse le Sette lezioni sulla seconda scena di Elvira nel Don Giovanni di Molière. Elvira è un momento di riflessione sul teatro, come spazio fisico, come mondo del lavoro e, soprattutto, come essenza a sé stante.

Il teatro è arte, ma l’arte è anche disciplina. Questo, secondo Schopenhauer, è la materia, di cui gli avversari cercano di strapparsi a viva forza il possesso; è il tempo e lo spazio, la cui riunione nella forma di causalità costituisce propriamente la materia.

Il nuovo spettacolo di Tony Servillo ruota attorno a questo concetto, ad un’indagine delle multiformi prospettive che si snodano dal palcoscenico. Da un lato, la sceneggiatura, intesa come vestizione, che ricopre il corpo degli attori, modellandone l’aspetto. Dall’altro lato, però, la finzione scenica non rapisce le anime degli interpreti, che restano ferme e vive.

Anche per questo, gli attori sono entità pigmalioniche, prive di un unico quadro di riferimento. La personalità dell’artista si snoda; essa assume le sembianze del personaggio interpretato, ma non solo; allo stesso tempo l’attore vive i propri sentimenti al di qua del trucco, sopportando il peso di un’identità non sua, che è costretto a riportare in scena.
Ecco il motivo dell’importanza della disciplina. Il rigore artistico impone all’attore di non far trasparire la propria soggettività, ma neanche di nasconderla. Quest’ultima resta accanto al personaggio rappresentato, formando un incredibile trait d’union.

Sotto la propria regia, Tony Servillo veste i panni di un maestro, cui l’alunna si rivolge per dirimere la propria lotta interiore, il proprio sentire artistico. L’occasione è data dalle prove del monologo di Donna Elvira, tratto dal IV atto del Don Giovanni di Molière.

La protagonista, interpretata da Petra Valentini, si confronta con il suo tutore artistico. Nel tentativo di affinare il proprio talento, l’attrice stuzzica la vena riflessiva dell’altro, da cui nasce un dibattito sul senso del teatro e, soprattutto, sulla nobiltà del mestiere dell’attore.

Come spiegato dalle stesse note del Teatro Bellini, Elvira vuole essere anche un monito, lanciato dagli addetti ai lavori del settore teatrale. Oggigiorno si assiste ad un declassamento del ruolo dell’attore, che spesso si confonde come un mero mezzo, come la mera vestizione dell’artista.

Al contrario, è necessario riappropriarsi delle categorie generali del mondo del teatro, che s’insegna mediante un meccanismo maieutico. L’attore è spinto dalla voglia di carpire il senso dell’opera rappresentata; una volta compreso, essa è sua, come parte ineliminabile del proprio patrimonio genetico.

Durante l’intero spettacolo, il sipario di Elvira sembra che non si alzi mai. D’altronde, esiste una realtà scenica nella propria vita; gli attori, che sentono il proprio lavoro, vivono una sceneggiatura che prescinde dall’esistenza di un palcoscenico. Buona visione e viva il teatro.