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Eutanasia

Scritto da Mario Bianchi Il . Inserito in Linea di Confine


Il concetto di Eutanasia  è un inciampo tra due domande. Quale vita? Quale morte? 

Non è parola per urlare slogan, ma è sussurro con cui condividere dubbi e domande. La morte del cardinal Martini ha riaperto il dibattito sull’eutanasia. Tirare per la tonaca il Cardinale e farlo diventare un sostenitore dell’eutanasia appare non eccessivo ma falso.
Martini aveva ben chiara la differenza tra eutanasia e accanimento terapeutico. “La prima – ha scritto nel 2007 – si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte; la seconda consiste nella rinuncia all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo”.
E arrivava a dire “rimane aperta l’esigenza di elaborare una normativa che, da una parte, consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto (informato) delle cure – in quanto ritenute sproporzionate dal paziente – dall’altra protegga il medico da eventuali accuse (come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio), senza che questo implichi in alcun modo la legalizzazione dell’eutanasia”.
L’eutanasia ci pone, dicevamo, due domande:
Quale vita?
L’uomo nasce e scopre di abitare il tempo, nasce e apprende la propria finitudine. La vita scorre e muta le sue caratteristiche, possiamo noi restringerla in una definizione? Rinchiuderla in una misura? Disegnare un diagramma cartesiano e stabilirne i confini che ci indichino il metro con cui misurarne la qualità?
Di fronte alla malattia, alla disabilità, ci chiediamo se quella è una vita degna. Cerchiamo appunto di stabilire i parametri. Esercizio pericoloso tanto più quando lo si delega alla norma giuridica. La malattia se inguaribile viene classificata come incurabile. Ma la cura è altra cosa, è compagnia, accompagnamento, affetto, amore. Materia questa complessa, difficile da organizzare giuridicamente e da realizzare materialmente.
L’Eutanasia può essere La Risposta alla domanda quale vita? Risposta tragica, che in ogni caso pone una nuova domanda.
Quale morte?
La morte non può essere considerata un mero evento biologico, la morte porta in sé un significato, interroga tutti, chi si accomoda nel pensiero della finitudine e chi nella consolante speranza della resurrezione della carne.
La morte sfida la libertà del singolo. L’uomo può appropriarsene come in una scelta, ma non può dominare il suo morire, perché la morte appare sempre, anche se scelta, una sconfitta, una violenza subita.
Martini scriveva ancora nel 1995, alla vigilia della festa di San Francesco:
“Sentiamo quasi una certa invidia e una profonda nostalgia per la libertà di spirito, la scioltezza spirituale e la gioia di Francesco d’Assisi di fronte alla morte”.
E infine, a modo di conclusione del suo pensiero diceva: “E mi sono riappacificato con l’idea di morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremo mai a fare un atto di piena fiducia. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre un’uscita di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio”.
Nel suo rifiuto del sondino per la nutrizione forzata c’è dunque un atto di fiducia totale senza il quale la scelta di Martini non può essere compresa pienamente.

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