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“84 Gradini”: il tempo della storia di un uomo, narrato da Giuseppe Mortelliti

Scritto da Enrico Mezza Il . Inserito in Teatro

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Nell’accogliente e sincero scenario del Teatro TRAM, lo scorso fine settimana è stato proposto “84 Gradini”, soliloquio in atto unico di e con Giuseppe Mortelliti. L’opera, dal titolo suggestivo, è un climax in continuo ed incessante movimento. 84 gradini occupano il tempo della storia di un uomo, in cui si snodano i momenti di narrazione della sua vita.
Diversamente dalla realtà, Mortelliti conosce il numero di gradini che compongono l’esistenza del suo protagonista. Anche il pubblico ne è consapevole, questo genera un senso d’incredibile precarietà. Ma il protagonista non lo sa e non ci pensa. Piuttosto, il protagonista corre. Corre dietro l’amore, prima passionale, poi razionale. Corre lontano dai suoi genitori, dal loro invecchiare, dalla loro scomparsa. Corre dietro il desiderio di paternità. Scappa dai consigli di chi, con più gradini di lui, quelle esperienze le conosce già.

Così descritta, quella di “84 gradini” sembra una storia comune, semplice. Tutt’altro. L’eccezionalità del racconto di Mortelliti risiede nel suo specifico punto di vista. Il protagonista assume in sé le funzioni di attore, di guida e, in un certo modo, di spettatore.

Sul palco, giacciono oggetti, coperte, telefoni, scale, attrezzi da lavoro, bastoni. La scena è piena di significati; questi, inizialmente incomprensibili allo spettatore, partecipano alla narrazione.

Durante lo spettacolo, Giuseppe Mortelliti si muove inseguendo ogni perimetro del palcoscenico. Sfrutta quelle cose, quei telefoni, quegli stracci, che da cianfrusaglie inutili, assumono una precisa funzione. Gli oggetti contribuiscono alla narrazione, come frammenti di vita. Mentre sono utilizzati, consumati, l’attore continua nella sua scalata, con assoluta frenesia. Nel corso della rappresentazione, l’attore corre, passa da un gradino all’altro, ma senza pensare al senso delle sue scelte. A volte, il protagonista si sdoppia: la sua coscienza gli richiede maggiore attenzione, un momento di riflessione. Tuttavia, la necessità di movimento, di vivere, è più forte. Solo al termine dell’opera, in quel gradino in cui i rimpianti prendono il posto delle gioie, il personaggio di Mortelliti si ferma.

Nella società moderna, l’uomo si propone dei fini, degli obiettivi. E’ convinto delle sue scelte, che però non sa spiegare, in primis a sé. Il lavoro di una vita, in cui ogni speranza era stata riposta, diventa un post-it, attaccato in modo precario sui pilastri dell’esistenza.

Probabilmente, luoghi di riflessione come il teatro servono a concederci una pausa. Fermarci e ragionare su ciò che facciamo, sulle emozioni che proviamo. Anche per questo, lo spettacolo s’inserisce perfettamente nell’operazione commendevole di Mirko di Martino, Antonio D’Avino, Angela Grimaldi, Claudia Moretti e Titti Nuzzolese, che con TRAM (Teatro Ricerca Arte Musica) hanno fondato un nuovo centro teatrale e culturale nel cuore di Napoli.

Viva il Teatro!