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Lo sport e la politica: una lezione da Sarri

Scritto da Francesco Donato Perillo Il . Inserito in Il Pallonetto

sarri

Un allenatore venuto dalla gavetta che impone il suo modello di gioco, non si adegua ai gusti e ai desideri né dei tifosi né del presidente, è indifferente ai successi come alle sconfitte, guida gli uomini della sua squadra seguendo una rotta che parte da lontano e vede lontano. Un modello di leadership in tuta e scarpette cui non siamo abituati.

Il calcio, la passione che più di tutte infiamma la maggioranza dei Napoletani, non ha la sua forza nel pallone, ma nella sua formidabile potenza evocativa, capace di travalicare i campi per sublimare, nel bene o nel male, gesti, azioni, comportamenti, e trasmettere non solo emozioni, ma significati esportabili nella realizzazione di ogni impresa. Anche alla politica il calcio può insegnare qualcosa, soprattutto in questa fase paludosa in cui se a Napoli il San Paolo si accende, la luce dei partiti sembra inesorabilmente spegnersi tra le vicende di listopoli e le faide personali dentro e fuori le segreterie di destra e di sinistra.

Si dirà, come è stato scritto da molti opinionisti, che Napoli sta anticipando il futuro del paese, proponendo uno scenario in cui la doppia implosione delle sinistre e delle destre regala spazi immensi alle possibilità di successo degli outsider. È lo spazio gratuitamente offerto a livello nazionale ai cinque stelle, al di là di ogni limite dimostrato nel governo della Capitale. È lo spazio di Dema in Campania, fatto di colpevole latitanza di competitori, impastato con il personalismo nella politica e con l’assenteismo elettorale della maggioranza dei cittadini sfiduciati, su cui giganteggia il sindaco del popolo dei napoletanos. Fatto anche di suggestioni legate ai miti e agli animal spirits dell’accoglienza e dei diritti civili, del lasciar fare e campare, dell’onestà sdegnosa, della bellezza da cartolina, dell’orgoglio ferito e del diritto alla unicità di una città che fu capitale: battiti e vibrazioni egualmente condivisi dai lazzaroni delle periferie più degradate d’Europa come dai borghesi di Chiaia, capaci di mettere d’accordo gli ammiratori di Gomorra con quelli dei Bastardi di Pizzofalcone.

Bene, bravo dunque De Magistris, interprete dell’anima pubblica. Ma c’è da chiedersi: è questa la politica? Questo il modello da inseguire, il terreno su cui scendere per chi vuole sfidarlo? E domandarsi anche se, proprio a partire dal modello di leadership di Sarri e dal caos di Napoli, è possibile anticipare un copione diverso per la politica, una diversa scrittura del futuro: dimostrare al paese che la politica non è assecondare le corde e la pancia della gente, ma guidare, indirizzare azioni e trasformazioni sulla base di una capacità progettuale, pragmatica e visionaria al tempo stesso. Pensiamoci bene, in fondo è proprio qui la posta in gioco del senso stesso della democrazia, non certo solo a Napoli, ma nel vento che tira nell’ovest del mondo.

Che i partiti alla deriva si lascino allora ispirare dal calcio di questa città: ad essi non occorre un altro Higuain, un altro centravanti che interpreti meglio il gioco di De Magistris. Serve invece un altro modulo di gioco, che serva la collettività e non la vanagloria, che trasformi l’inefficienza della macchina del Comune e delle società partecipate in una macchina da goal.

Certo non tocca a Maurizio Sarri, che pur offre il giusto modello di leadership da adottare. Tocca invece alle classi dirigenti e ai cittadini che devono cominciare a far sentire forte la propria voce dentro e fuori i partiti e i corpi intermedi.

Direte che è difficile nel marasma di una città caotica ma sempre immobile.

Conforta però il pensiero di Nietzsche che è dal caos che nasce una stella danzante: la consapevolezza che nei cambiamenti, nella vita personale come nella vita collettiva che è la storia, ogni volta che si è toccato il punto più basso è sempre cominciata la risalita. E nella politica, a Napoli come a Roma, questo di oggi sembra proprio essere il punto più basso.