fbpx

Coscienza a corrente alternata

Scritto da Piero Di Blasio Il . Inserito in Vac 'e Press

medico fg

I due recenti casi di Rovigo e Roma riguardanti assunzioni di personale sanitario non obiettore hanno riportato al centro della scena il dibattito su questo curioso istituto giuridico dell’obiezione di coscienza.
L’annosa questione sulla legittimità dell’obiezione di coscienza in sanità vede, in questi giorni, riaccendersi le polemiche a seguito di due importanti fatti nuovi verificatisi presso la AUSL 5 di Rovigo e il San Camillo di Roma i cui dirigenti, per tentare di arginare i gravissimi guasti provocati alla Sanità Pubblica dal massiccio ricorso all’obiezione di coscienza nell’ambito dell’applicazione della legge 40/04 (Procreazione Medicalmente Assistita, PMA) e 194/78 (Norme per la Tutela Sociale della Maternità e sull’Interruzione Volontaria della Gravidanza), hanno fatto ricorso a drastici (finalmente!) provvedimenti. Scatenando un vespaio!

L'ospedale San Luca di Trecenta, centro di eccellenza e di riferimento per tutto il Veneto per quanto riguarda la cura dell'infertilità e la procreazione assistita, si è trovato in gravi difficoltà per l’obiezione di coscienza dei due biologi assunti, con disagi per le 150 coppie seguite in quel momento e per le 320 in attesa. I dirigenti, quindi, hanno dovuto cercare un altro biologo specificando nel bando di selezione - realizzato a novembre 2016 dall'Ulss 18 di Rovigo- che l’obiezione rappresenta "giusta causa di recesso dell’Azienda in quanto la prestazione lavorativa diverrebbe oggettivamente inesigibile”. Caso analogo per l’assunzione presso il "Day Hospital e Day Surgery per l'applicazione della legge 194” di due ginecologi non obiettori con la clausola che, in caso di ripensamento, "Il medico deve valutare che l'azienda potrebbe essere nella possibilità, stante la finalizzazione del bando, di optare anche per la messa in mobilità o in esubero”. A fronte di due soluzioni decisamente ragionevoli e condivisibili per tentare di arginare il ricorso indiscriminato e gravemente penalizzante per la donna all’istituto dell’OdC, espressamente previsto dalle due leggi che regolamentano i rispettivi ambiti, si è scatenata la bagarre tra gli schieramenti opposti dei pro-choice e dei pro-life; quest’ultimo arruolando anche la ministra Lorenzin che, ancora una volta, mena un gran ceffone alla “Laicità dello Stato”.

Anche eminenti giuristi hanno gridato all’incostituzionalità dei due provvedimenti, giudicandoli “discriminatori” verso gli obiettori. Laddove appare evidentemente discriminatorio, da riserva indiana, per gli operatori assunti che si vedono destinati prevalentemente a specifici ma indispensabili compiti. Ancora una volta, la querelle si gioca sul terreno bioetico ed etico del conflitto tra il diritto del sanitario ad obiettare e il diritto della donna alla salute riproduttiva. Si tenta, una volta ancora, di trasformare un diritto prima facie (quello del medico) in un diritto assoluto di rilevanza addirittura costituzionale, dimenticando troppo sovente che l’aborto rientra tra i molteplici compiti del ginecologo e che il medico, nel momento in cui decide di diventare un ginecologo, compie una libera scelta che dovrebbe contemplare anche un ambito importante come l’aborto. Questa scelta implica, tra le altre cose, anche l’obbligo giuridico, deontologico, oltre che etico, di preservare prima di tutto la salute psico-fisica e sociale della donna in tutti i casi, sia che desideri abortire, sia che desideri, legittimamente, partorire grazie ai progressi della scienza. Le polemiche di questi giorni riportano anche in auge l’inquietante fenomeno della diffusione delle pretese all’obiezione di coscienza per i più disparati settori della nostra società.

Ormai tutti pretendono di poter obiettare: farmacisti contro farmaci e dispositivi medici contraccettivi, abortivi o potenzialmente eutanasici; sindaci contro il matrimonio omosessuale; biologi contro la sperimentazione genetica, la ricerca sugli animali, la vivisezione; legislatori contro i temi eticamente sensibili; chirurghi contro le modificazioni di sesso; medici contro il testamento biologico, la sedazione terminale, l’eutanasia e il suicidio assistito; pubblici ufficiali contro l’esposizione del crocefisso negli uffici; presidi contro il presepe a scuola. E ancora: “obiezione ecologica”, “obiezione ai consumi”, “nuove mendicità”… Il dibattito, su questi temi, è diffuso in tutto l’Occidente e impegna molto il legislatore.

Ovunque, persino nella cattolicissima Polonia, si tende a restringere l’ambito di applicazione dell’OdC ai soli casi previsti dalla legge e si tende a restringere l’ampiezza di tali ambiti. Anche in Italia la soluzione più logica sembrerebbe essere l’emanazione di una legge che regolamentasse l’obiezione di coscienza. Ma è, il legislatore italiano, veramente pronto/adeguato ad approcciare “laicamente” la questione? O non è, piuttosto, preferibile un vuoto normativo entro cui possano pascolare e pascersi quelle coscienze “a corrente alternata” che non chiedono di meglio: secundum legem (spesso abusata, specie nel caso della 194), contra legem, sine lege? La soluzione non può essere, allora, che abrogare completamente gli articoli di legge che introducono e legittimano l’istituto dell’obiezione di coscienza, magari contemplando una moratoria di un numero ragionevole di anni tale da consentire il turnover tra quegli operatori sanitari che hanno acquisito il diritto di poter optare e i nuovi che tale opzione non potrebbero più esercitare.

Piero Di Blasio, biogiurista, Vice presidente Consulta di Bioetica onlus