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La crescita passa per il Mezzogiorno

Scritto da Salvatore Capasso Il . Inserito in A gamba tesa

I problemi dell’Italia sono attribuibili alla mancata crescita. Sembra una verità banale, eppure è l’unico modo per descrivere in pochi caratteri quello che sta accadendo al nostro Paese. La crisi finanziaria che ha causato la recessione nelle economie più mature, e di riflesso ha rallentato la crescita nelle economie emergenti, è qualcosa di diverso dalla stagnazione che l’economia italiana vive da due decenni. Questo l’hanno capito in pochi, visto che in molti si accaniscono a trovare una corrispondenza e una soluzione alle questioni più pressanti dall’analisi della crisi internazionale. Negli ultimi vent’anni il tasso di crescita del reddito pro capite degli italiani (l’indicatore che misura la nostra ricchezza) è stato tra i più bassi al mondo. Dietro di noi una sparuta manciata di economie al collasso come Haiti o lo Zimbabwe. E’ chiaro, quindi, che se così è, anche la risoluzione della crisi finanziaria non comporterà un sostanziale miglioramento delle condizioni dell’italiano medio. Inefficienze nel pubblico, rendite di posizione, un continuo deterioramento del capitale umano, sono solo alcuni dei fattori che hanno contribuito a costruire la trappola in cui il Paese si è ficcato. E, contrariamente a quanto è stato propagandato, la malattia non ha colpito solo il Sud, ma è anche del Nord. Forse non è un caso se l’economia italiana ha smesso di crescere negli anni ’92-’93 proprio in corrispondenza dello stop dato alle politiche coordinate di sviluppo e sostegno al Mezzogiorno. Lo sviluppo del Mezzogiorno, infatti, lungi dall’essere in antitesi con la crescita delle regioni del Nord, è funzionale allo sviluppo di queste aree. Sembrerà quindi una ricetta banale ad un problema banalizzato, ma le preoccupazioni relative al debito pubblico, ai bassi redditi, alla bassa competitività, alla disoccupazione possono essere risolte elaborando una strategia coordinata e continuata di sostegno all’economia del Mezzogiorno: quella che un tempo veniva definita genericamente politica di sviluppo. Se “banale” è l’analisi non lo è l’individuazione delle misure concrete da implementare per uscire dalla trappola. Tuttavia, a questo proposito la storia ci può venire in aiuto. Lungi dall’essere stata improduttiva la spesa indirizzata all’infrastrutturazione del territorio e al sostentamento degli investimenti privati negli anni ’50 e ’60 è stata particolarmente produttiva. Il Mezzogiorno e l’Italia in quegli anni e in quelli immediatamente successivi sono cresciuti a tassi elevati anche per quella politica industriale. Oggi le carte in tavola sono diverse e quindi ritengo necessario l’intervento pubblico, anche se non è di moda invocarlo, ma in settori specifici. Quelli ad alto valore aggiunto come le biotecnologie e l’aeronautico e quelli ad alta specificità locale come il made in Italy, ne sono un esempio.  Bisognerebbe inoltre incentivare la ricerca e potenziare l’istruzione partendo dai livelli più bassi e non creare solo sacche di eccellenza, come invece si è tentato di fare negli ultimi anni. Questo migliorerebbe il capitale umano e quello sociale che molti economisti credono essere fondamentale allo sviluppo di un paese. Contrariamente a quanto sostenuto bisognerebbe rimettere mano a specifiche opere infrastrutturali come i trasporti per tenere conto dell’emergere delle grandi aree metropolitane. Ma soprattutto far ripartire il Mezzogiorno e l’Italia richiede non solo nuovo capitale ma una più efficiente allocazione di quello esistente. Migliorare i servizi pubblici e rendere le amministrazioni pubbliche più efficienti, migliorare la giustizia, eliminare rendite e clientelismo sono il presupposto necessario per riconquistare un minimo di crescita e benessere.