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Trent'anni dal primo scudetto. Countdown Maggio '17 a partire da Francesco Romano: un'impresa da mediano

Scritto da Mariano Paolozzi Il . Inserito in Il Pallonetto

scudetto

Il numero 10, per chi vive di aria e pallone, ha un valore simbolico indefinibile. Rappresenta il genio, la fantasia, l’essenza stessa del calcio. Compiuti i cinque anni, non si smette mai più di litigare per l’assegnazione della maglia numero 10. A Napoli questo numero assume triplice valore, s’impregna di significato, l’importanza travalica i confini sportivi. Dieci era ed è il numero di Diego Armando Maradona, dieci era il numero di na sera ‘e maggio del 1987, data dello storico primo scudetto del Napoli.

Ma i numeri si rincorrono ed anche il numero 30 può trovare i suoi quindici minuti di celebrità. Si, perché dopo trenta minuti Andrea Carnevale scaraventava la palla in rete che liberava la gioia degli ottantamila del San Paolo in quella bolgia che fu Napoli – Fiorentina, finita poi 1-1. 30, furono le partite giocate e sofferte con cui il Napoli si laureava campione d’Italia nel 1987. 30, il prossimo maggio, saranno gli anni trascorsi da quella magica, irripetibile, indimenticabile prima volta. La prima volta più bella del mondo.

Rivivere quei momenti è oggettivamente impossibile. Ma noi crediamo che, dopo quei nove mesi, settembre – maggio ’87, nacque un Napoli diverso, capace di entrare con prepotenza nella storia del calcio mondiale nonostante un palmares povero di vittorie. Proveremo a raccontare le suggestioni e l’emozioni attraverso qualche ritratto dei protagonisti di quell’impresa e attraverso qualche conversazione con chi quegli anni li ha vissuti in prima persona sulle gradinate del San Paolo. La conclusione nel giorno del trentennale, il prossimo 10 maggio.

Da cosa iniziare? Diego Armando Maradona sarebbe troppo semplice. Ciro Ferrara o Bruscolotti dei cliché. Ottavio Bianchi merita un discorso a parte. Volpecina, Caffarelli e Puzone una forzatura. L’esagerazione dei festeggiamenti e dell’attenzione dei mass-media avranno il loro spazio. Non scadere nel già detto o nell’insopportabile intellettualismo non è facile. Potremmo giocare con i numeri tanto da esaurire l’inchiostro digitale a nostra disposizione. Ad esempio furono 10 i gol del Nino de oro quell’anno, capocannoniere del Napoli in campionato. 30, gli anni compiuti dal bomber Bruno Giordano durante quella stagione. 10, le stagioni da professionista di Francesco Romano, l’uomo oscuro che diede i tempi perfetti al centrocampo del Napoli.

Francesco Romano. Il mediano metodista ex Milan, un po’ sciupato e poco spettacolare, sembra una buona intuizione per incominciare la nostra rincorsa verso lo scudetto di maggio 2017. Ma la vera buona intuizione fu quella dell’allora consigliere di mercato Italo Allodi, che prelevò Francesco Romano nella sessione di riparazione (che in quegli anni si apriva ad ottobre). La stagione del Napoli non iniziò con i migliori auspici, la squadra collezionò solo due punti in tre partite contro avversari più che alla portata: Brescia, Udinese e i cugini dell’Avellino. Alla squadra probabilmente mancava l’amalgama giusto ed un uomo che dettasse i tempi a centrocampo. Su suggerimento di Maradona, Italo Allodi ed un giovanissimo Pierpaolo Marino si misero alla ricerca di quello che oggi definiremo un metronomo del centrocampo. Ma c’erano i conti da far quadrare dopo il mercato estivo ed una concorrenza spietata di Milan, Inter e Juve, squadre più ricche e con ben maggior appeal.

Si dice che l’uomo tira fuori il meglio di sé nelle situazioni di maggiore difficoltà. E pochi soldi ed una squadra che non gira, in una piazza calda come quella partenopea, sono una miccia accesa pronta ad esplodere. In questi momenti fortuna e virtù, competenza e buona sorte si mescolano alla perfezione. Ed i machiavellici direttori sportivi del Calcio Napoli presero il treno giusto, quello che porta dalla capitale del Mezzogiorno fin su a Trieste, nella stazione ferroviaria della Serie B.

Partirono in due e tornarono in tre. Con Allodi e Marino tornò a Napoli, per pochi soldi e la notorietà dell’anonimato, un ragazzo, ormai fatto, di Saviano, provincia di Napoli, con i capelli ricci uguali uguali a Maradona: Francesco Romano.

Ottavio Bianchi forse vide in Romano la fotocopia più giovane di se stesso e il feeling con il mister bergamasco fu istantaneo e straordinario. I compiti assegnati dall’allenatore al centrocampista erano pochi ma precisi: “sempre lì, lì nel mezzo, finché ce n'hai stai lì, una vita da mediano, da chi segna sempre poco, che il pallone devi darlo a chi finalizza il gioco. Una vita da mediano, che natura non ti ha dato, né lo spunto della punta, né del 10.che peccato lì, sempre lì”. Luciano Ligabue non ha mai pagato i diritti d’autore ad Ottavio Bianchi, ma noi sappiamo da fonti certe che la sera quando posa la testa sul cuscino ringrazia ancora. Romano fu la chiave di volta per far girare quella macchina imperfetta che fece sognare milioni di giovani. Da quel momento il Napoli iniziò a macinare punti, il centrocampista di Saviano chilometri di campo. Fino a quel meraviglioso giorno di gloria.

“E la storia ha voluto una data: 10.5.87”, erano le 16 e il nostro eroe silenzioso leggeva questo striscione della Curva B prima del fischio d’inizio di Napoli – Fiorentina. Novanta minuti dopo nella storia del calcio era nato un nuovo mito. Trent’anni dopo quel mito, che ancora oggi scalda il cuore ed agita le emozioni di tutti i tifosi del Napoli, è racchiuso anche nel sorriso poco notato di Francesco Romano, a cui non possiamo che dire semplicemente: “Grazie!”