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Giggino ci vuole tutti terroni uniti e imprigionati nella nostra riserva indiana

Scritto da Mario Bianchi Il . Inserito in Succede a Napoli

terroni uniti

Con l’appellativo negritudine aveva deciso di chiamarsi quel movimento letterario e politico insieme che rivendicava l’orgoglio e il riscatto dei neri dal complesso di inferiorità che i bianchi avevano inculcato nelle popolazioni dell'Africa.

Gli scritti e le poesie di Léopold Sédar Senghor, Aimé Césaire, per citarne i più famosi, furono il percorso nel quale si dispiegò quel valore, la volontà di rivendicare il non essere “gli uomini della boscaglia” ma fieri appartenenti alla civiltà negro africana. “Cahier d’un retour au pays natal” il titolo del libro di Aimé Cesaire che per primo utilizzò questo termine agli inizi del secolo scorso:
“Mia negritudine non è una pietra, la sua sordità corsa contro il clamore del giorno mia negritudine non è una federa di acqua morta sull’occhio morto della terra Mia negritudine non è una torre né una cattedrale, si tuffa nella carne rosa del suolo si tuffa nella carne ardente del cielo essa buca la prostrazione opaca della sua dritta pazienza”.

Questo mi è tornato in mente quando ho letto del concerto del primo maggio a piazza Dante dei Terroni uniti. Un movimento che vuole riscattare i terroni, ma travisa la storia e romanticamente punta sull’orgoglio del sud ricadendo negli stessi stereotipi di chi il sud vuole lasciare indietro, di chi vede nel sud un popolo di assistiti, il regno delle clientele e delle “fritture di pesce”.
Leader supponenti pensano di fare del folklore la loro base elettorale, si rinchiudono nei recinti, come degli indiani nelle riserve e si travestono da vittime.
Serve ben altro al sud, non il recupero della storia dei “vinti”, in questo caso i Borbone, ma l’orgoglio delle proprie capacità imprenditoriali, culturali e umane. Occorre che i “terroni” prendano nelle proprie mani il futuro con politiche riformiste serie, che lancino il sud d’Italia nel proprio ruolo di piattaforma mediterranea industriale. Certo turismo, certamente difesa della natura e dell’ambiente, ma il rilancio non può prescindere dalla capacità di intraprendere, di chiedere infrastrutture ma anche di rischiare e raccogliere investimenti con quella creatività propria delle popolazioni del mare, aperte agli scambi.

Altro che Terroni uniti in concerto: «La tigre non proclama la sua "tigritudine". Essa assale la sua preda e la divora», come ci ricorda un altro grande 'negro': il poeta nigeriano Wole Soyinka.
Il nostro sindaco cavalca da tempo l’orgoglio napoletano, e incanta un popolo che vuole riscattarsi ma si lascia illudere e pensa di poterlo fare guardando al passato.
Occorre invece aprirsi al futuro rivendicando il proprio spirito libero e libertario. In quello spirito c’è la forza di un popolo che ha inventiva e concretezza, una miscela positivamente esplosiva.
Ma purtroppo a Napoli la sinistra riformista resta a guardare, balbetta e segna il passo. Insegue le antiche politiche della spesa pubblica e lascia campo libero al nostro Comandante Giggino che pensa più a Dema, ai Borbone e al proprio futuro politico che alla città e al sud.