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Tornare alle origini

Scritto da Francesco Dinacci Il . Inserito in A gamba tesa

L’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, seppure in un’aria stanca e demotivata, ha messo un punto importante nella fase più difficile della storia del partito, eleggendo Guglielmo Epifani nuovo Segretario Nazionale, dopo le dimissioni di Bersani.
Si è trattato di una scelta largamente condivisa tra i delegati presenti all’Assemblea, sulla base di una comune valutazione politica che Epifani saprà essere una figura di garanzia per tutti i democratici fino alla convocazione del prossimo Congresso nazionale. Da qui, diffusamente, se ne parla come un “traghettatore”, perché poi ad ottobre le primarie ( si spera aperte) dovranno scegliere il nuovo Segretario.
Ma forse sono almeno due gli aspetti problematici più interessanti che, in questo momento, vale la pena sottolineare.
Il primo riguarda le modalità con cui si è arrivati a scegliere questo percorso attuale di direzione politica per il PD. Chi ha visto o letto di riunioni continue di cabinetti, cabine di regia, o luoghi ristretti può facilmente intuire che è in atto una scomposizione reale della larga maggioranza che ha retto Bersani fino al 24 febbraio, in seguito ad una confusa linea politica che ha portato il partito a sbattere sia nel passaggio per l’elezione del Presidente della Repubblica (salvo poi la generosità della scelta di Napolitano), sia per la formazione del nuovo Governo. Si è passati con troppa disinvoltura dall’idea del Governo di minoranza che avrebbe potuto reggersi con l’astensione iniziale del movimento 5 Stelle, all’idea di un Governo di scopo con il PDL: nel mezzo, sono apparsi in troppi (ma solo nel PD) a non aver capito che il modo con cui si sarebbe arrivati ad una proposta per il Quirinale avrebbe determinato il voto di fiducia successivo al nuovo Esecutivo.
Ma tant’è. Oggi per fortuna il Governo Letta c’è, è tenuto ad affrontare problemi urgentissimi per la vita del Paese, e sin qui il PD ha subito l’iniziativa di Berlusconi, che detta e condiziona le priorità su cui condurre battaglie politiche.
Renzi chiarissimamente, e poi tanti altri, e lo stesso Epifani, hanno sostenuto in Assemblea che il PD ci “deve mettere la faccia”, perché tutto ciò che verrà dopo sarà fortemente condizionato dal modo in cui il partito affronta il sostegno al Governo.
E qui siamo al secondo punto: se il PD sceglie un ruolo propositivo e attivo rispetto all’Esecutivo Letta, il tema da affrontare è esattamente quale sia la linea politica su cui il PD intende impegnare il Governo, e quindi quale profilo nazionale da forza riformista è in grado di offrire al Paese.
Le iniziative annunciate per i primi 100 giorni da Letta (riforme istituzionali, lavoro per i giovani, casa, fisco) sono giuste e utili per il Paese. Ma può il PD cogliere l’eccezionalità del momento storico per dare una opportunità vera al Paese? Possiamo immaginare che, dopo decenni di mancate riforme, si affrontano nodi strutturali sulla liberalizzazione dell’economia, sulla giustizia a misura del cittadini, sugli interventi per lo sviluppo e il Mezzogiorno, sulle libertà economiche e civili nelle aree più arretrate del Paese?
Insomma il PD deve sapersi affermare compiutamente come quel grande partito riformista a cui milioni di italiani hanno guardato con speranza all’atto della sua nascita. Ma sta proprio qui il problema: in gioco c’è il profilo identitario del PD, e oggi si confrontano e si scontrano una linea più conservatrice della sinistra tradizionale, e un’altra più moderna e innovatrice. E ad ora già non mancano i manifesti politici o i candidati ( Barca e Cuperlo per il primo profilo).
La battaglia politica congressuale, che Epifani dovrà saggiamente tenere in ordine nel momento iniziale dell’avvio del lavoro del Governo, ha già chiare le principali opzioni politiche sulla base di diverse valutazioni sui motivi della sconfitta elettorale.
Oggi, chi ha a cuore la rifondazione di una grande soggettività riformista, moderna e popolare, chi ha pensato che con la vocazione immaginaria saremmo dovuti assomigliare ad un partito “interclassista e pigliatutto”, non può rinunciare a scelte coraggiose, sulla leaderschip e sulle idee.
La generazione democratica che sogna un Paese normale non può più attendere.