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Napoli carolina: gli architetti che costruirono il volto della città

Scritto da Francesca Ciampa Il . Inserito in Vac 'e Press

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Il settecento napoletano è ricordato per il grande ruolo svolto dagli architetti dell’epoca, che attraverso le loro committenze cercano di ristabilire una più equa ridistribuzione delle opere pubbliche e di ridimensionare il dilagante potere ecclesiastico.
In particolar modo in quegli anni compare una delle più importanti figure artistiche dell’epoca ovvero l’architetto e pittore Solimena. Egli fu ritenuto fondamentale alla costruzione di un’adeguata formazione artistica per gli architetti che avrebbero dominato la scena artistica nei primi anni del ‘700, fra di essi si ricordano nomi illustri come Vaccaro, Sanfelice, i due Gugliemelli e i due Nauclerio.

Domenico Antonio Vaccaro fu un architetto che ricevette sia committenze ecclesiastiche che civili, in ognuno dei due casi la realizzazioni di tale opere gli valse importanti riconoscimenti urbani per il valore delle strutture costruite: ad esempio, il famosissimo Palazzo Tarsia che sorse in alto sulla collina, a ridosso delle mura settentrionali. Questa costruzione rappresentò per l’epoca la media res tra le antiche ville in stile romano dotate di terrazzamenti digradanti e dall’altra il doveroso confronto con le architetture austriache del tempo in virtù al potere che la dominazione imponeva sull’intero territorio napoletano.

In quegli anni il tema del loggiato aperto sul giardino, diffusosi a partire del Cinquecento, trovò uno sviluppo esasperato di un modello amatissimo. Nel 1732 nella zona sud- orientale a seguito della sistemazione stradale della Marinella e della parallela del Borgo Loreto furono demolite le antiche sul mare e fu risistemata l’intera zona costiera. La città venne ridisegnata in base alle committenze del clero dell’aristocrazia che spesso coincidevano la realizzazione di edifici volti a soddisfare gli effettivi bisogni della popolazione.

Il settecento viene ancora tutt’oggi considerato come il secolo “riformatore” non solo a livello urbanistico ma anche perché le illustri personalità che vide fiorire, infatti economisti, filosofi, intellettuali che indagarono le origini del male e ne consigliarono ottime soluzioni. Primo fra tutti fu Gian Battista Vico, docente di retorica all’Università fin dal 1699, maestro di altri grandi figure di spessore come Ferdinando Galiani, Antonio Broggia e Antonio Genovesi. In quegli stessi altre figure concernerti le materie più illuminate furono Pagano, Doria, Filangieri, Grimaldi, Galanti e Palmieri.

Tutte le attenzioni degli uomini di scienza e dei politici si canalizzarono sul miglioramento strutturale e meccanico della città e sul suo legame con le province, motivo per il quale Giovanni Carafa, duca di Noja, sentì il bisogno di comunicare al re i motivi della necessità di una planimetria della città, più moderna e precisa delle precedenti. Nel 1750 in risposta alla lettera del duca, si riunirono a Napoli i maggiori architetti del Regno come Sanfelice, il già citato Vaccaro, Nicola Canale e Mario Gioffredo (autore della chiesa dello Spirito Santo) che collaborarono al ridisegno urbano di Napoli.

Nonostante ciò, il Re Carlo di Borbone volle circondarsi di altri architetti, all’epoca poco conosciuti, ma assai cari al sovrano come Antonio Medrano, Ferdinando Fuga, Antonio Canevari e Luigi Vanvitelli, volti che diverranno figure simbolo del XVIII secolo. Le loro costruzioni furono promosse dal sovrano e dal suo successore, appoggio che stravolse l’immagine della città: la costruzione dei Granili, l’ampliamento del Palazzo Reale di Napoli, la caserma di Cavalleria al ponte della Maddalena e la costruzione delle strade di collegamento con Torre del Greco (opera di urbanizzazione che segnò l’espansione verso le zone vesuviane e la costruzione delle sontuose ville aristocratiche), l’immenso Albergo dei Poveri ( iniziato e mai completato avrebbe avuto il compito di ospitare tutti i poveri del Regno), la Reggia di Capodimonte, il Teatro San Carlo e il Foro Carolino (attuale Piazza Dante).

Infine, in quegli stessi anni, grazie alla riscoperta delle città vesuviane fino ad allora sommerse di Ercolano, Stabia e Pompei, il territorio partenopeo divenne tappa fondamentale del percorso di formazione di ogni aristocratico che si rispetti e che vide in Napoli un punto di sosta per il Grand Tour della nobiltà europea. Napoli sfrutta questa ondata di cultura, storia e scienza per fondare l’Accademia delle Belle Arti e all’Accademia Ercolanense (divenuto poi Museo Borbonico) e per dare il via alla produzione di ceramiche di Capodimonte divenute famose il tutto il mondo.