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Il terrorismo di casa nostra si chiama “mafie”

Scritto da Eliana Iuorio Il . Inserito in Il Palazzo

terrore a napoli

Siamo ancora tutte e tutti sotto choc, per i fatti accaduti a Londra, a Manchester, in Egitto; la stessa folla di Torino, che si muove impazzita travolgendo tutto e tutti, la notte della finale di Champions League, alle urla atterrite di chi gridava esser scoppiata una bomba nelle prossimità di piazza San Carlo - e costata le ferite di ben 1527 persone, tre delle quali in codice rosso (compreso un bimbo di sette anni) – è espressione di quel buio che sta travolgendo il nostro mondo.
Ci si guarda intorno quando si partecipa ad eventi pubblici, quando si entra negli uffici o nei musei, quando si viaggia, così come quando ci si trova in spazi pubblici aperti. Il terrore di essere coinvolti in attentati come quelli che da due anni a questa parte stanno sconvolgendo l’Europa è fortissimo; d’altro canto anche io certamente non potrò fermare il corso della mia vita a causa dei terroristi fuori controllo e di chi alimenta il loro operato, ma è chiaro che il viaggio che volevo prenotare non sarà mai vissuto e così tante altre scelte, saranno condizionate da questa situazione.

E’ proprio questo punto, che muove la mia riflessione della settimana. Il terrorismo di casa nostra si chiama “mafie”. Qualche giorno fa, grazie al lavoro costante ed infaticabile della Dda di Reggio Calabria guidata dal Dott. Federico Cafiero de Raho e del Comando provinciale dei Carabinieri del capoluogo calabrese (dopo anni di attività investigativa ed a seguito – il giorno della cattura - di sei ore continue di ricerche nella palazzina di San Luca ove viveva con la famiglia), è stato arrestato il boss Giuseppe Giorgi detto “U capra”, latitante dal 1994 e destinatario di una condanna a 28 anni e nove mesi per associazione finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti e altri reati. Il Procuratore de Raho, (che ho l’immensa fortuna di conoscere per il suo lavoro alla Dda di Napoli e per aver aderito nel corso del tempo a tantissime iniziative di natura sociale, alcune delle quali organizzate dall’associazione di cui sono stata presidente, “Contro le mafie”, aderente all’associazione nazionale antimafia “Libera”), ha dichiarato che il boss non si era mai allontanato dal suo territorio, perché come per tutti i capi mafia, per lui è fondamentale il rapporto con la sua terra ed i suoi affiliati: “andar via significa perdere il potere”. Secondo un collaboratore di giustizia, tale Francesco Fonti, Giorgi non si sarebbe macchiato soltanto di stupefacenti, anzi, sarebbe stato coinvolto nel traffico internazionale di una sostanza utilizzata per costruire reattori nucleari, e solo pochi anni dopo, avrebbe dovuto affondare tre navi cariche di scorie di ogni tipo proprio al largo delle coste della sua terra, la Calabria. Ciò a dimostrazione dell’assoluto, scellerato disinteresse a salvaguardare persino il luogo ove si vive!

All’arresto del boss, le telecamere della televisione di Stato hanno ripreso quella che per molti è stata definita “una scena raccapricciante”: un uomo vicino al Giorgi gli ha baciato le mani, mentre i Carabinieri conducevano via il criminale. Onestamente, non sono riuscita a meravigliarmi di un tal gesto; non per cinismo e men che peggio per abitudine (sebbene il “baciamano”al boss sia una sorta di rito ormai conosciuto ai più, anche per il significato che ne deriva); “semplicemente” perché vi è una riflessione più ampia da fare, secondo il mio punto di vista; la stessa che anni orsono mi permisi di rivolgere al pubblico presente ad una delle iniziative antimafia organizzate dopo la cattura dei boss camorristi Antonio Iovine, prima e Michele Zagaria, poi. Quanto forte può essere la rete di protezione civile, nei confronti di un boss mafioso? Ventitré anni di latitanza nel proprio paese, per un uomo che di certo conoscono tutti e non passa inosservato, mi suona come una condanna duplice: una, verso i concittadini di Giorgi ed un’altra, nei confronti di chi non è riuscito ad acciuffarlo prima. Sia chiaro: il boss calabrese, come i suoi “colleghi” campani, al momento dell’arresto si trovava in uno spazio grande quanto un loculo, ricavato all’interno del camino nell’appartamento di sua figlia (nessuna “bella vita” tra champagne e viaggi di lusso, ragazze e ragazzi che mi leggete: fatevene una ragione!), ma di certo avrà vissuto il suo paese, avrà partecipato alle cerimonie di famiglia, si sarà confessato ed avrà ottenuto la comunione (mentre se fosse stato divorziato no, ma questa è un’altra storia)! Possibile che il muro fitto dell’omertà sia capace di ergersi così alto, intorno alla criminalità? E’ chiaro che la ‘ndrangheta ha regole estremamente feroci ed i sodalizi sono per lo più familiari, ma a San Luca ci dovrà pur essere un cittadino onesto, o no?

Ed ecco che veniamo al punto, anzi, prima ancora voglio raccontarvi di quel che sta accadendo a nord di Napoli, ove la guerra tra gruppi di camorra comincia a mietere già le sue prime vittime. Tra la gente comune. Solo pochi giorni fa, un commando di due persone a bordo di una moto fa irruzione nel bar tabaccheria di proprietà di un amico d’infanzia, nel centro storico della mia città d’origine, Giugliano in Campania. Obiettivo dei sicari, due uomini, padre e figlio, che hanno trovato la morte proprio nel locale di Raffaele. In pieno giorno. Inutile negarlo: la paura è ciò di cui si nutrono questi “gentiluomini” ed accanto alla paura, c’è il consenso di chi ritiene che questi criminali siano gli unici ad assicurargli una valida alternativa alla miseria. Poi ci sono gli sfiduciati, coloro che non credono nelle Istituzioni e non partecipano alla vita del Paese, senza comprendere che l’apporto di un cittadino, anche uno solo alla volta, è fondamentale, per cambiare le cose.

Il nostro terrorismo, quello di casa, è costruito sapientemente sui vuoti lasciati da chi non ha lavorato per il bene del Paese, ma allo stesso tempo, anche da coloro che si isolano, coltivando unicamente il proprio orticello, nella vana speranza che tapparsi le orecchie servirà a renderli sordi, che chiudendo gli occhi, diverranno ciechi e che premendo le mani sulla bocca, perderanno la voce, davanti alle drammatiche vicende del Paese. No, amici cari, no. A differenza del terrorismo internazionale, per quello di casa nostra, l’antidoto c’è. Siamo noi. Occorre un cambiamento di mentalità che sgretoli il muro di consenso alle mafie ed allo stesso tempo ci renda maggiormente consapevoli di quanto sia fondamentale il nostro contributo alla società.

Il terrorismo nostrano è quello che fa morti innocenti sulle strade dello stivale; quello che con la nostra complicità, fa gridare ai familiari delle vittime ogni giorno, i nomi dei propri congiunti persi per una “pallottola vagante”. Non c’è un tempo giusto, od un luogo giusto, per sparare e per morire

sotto i colpi di questa gente, ma è sempre giusto, il tempo speso per cambiare le cose. C’è una guerra costante, spesso silenziosa, che viviamo quotidianamente nel nostro Paese e che ha tanti volti: dalle lotte tra clan per il controllo del nostro (!!!) territorio; dalla distruzione dell’ecosistema di parte del nostro Paese, grazie ad un mix esplosivo dovuto alla relazione malsana tra mafie, impresa ed apparati deviati dello Stato; dalla corruzione dilagante dovuta ai nostri comportamenti, prima ancora che di quelli dei cattivi politici, amministratori od imprenditori; dal nostro consenso, fino alla nostra inerzia che prende il nome chiaro e limpido di “complicità”. Per salvarci dalla paura, non ci resta che riappropriarci della nostra vita comune e contribuire con i nostri comportamenti e le nostre scelte, a cancellare il buio di questi tempi. Impegniamoci nel quotidiano, giorno dopo giorno.

Accanto a ciò, però, mi piace riportare una considerazione del Dott. Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia: “I cittadini devono avere fiducia nelle istituzioni. Questa però è soltanto una parte della verità. Da tempo chiediamo la riforma del codice antimafia, un cambio deciso della gestione dei beni confiscati, mancano gli strumenti antimafia. Insomma, dobbiamo dimostrare tutti di voler fare le cose sul serio. Le istituzioni devono meritarsi la fiducia dei cittadini”. Non facciamoci distrarre da altro; la parola “mafie” non deve mai scomparire dall’agenda politica, per poi comparire d’un tratto, al grido: “emergenza”! Ricordiamoci che la criminalità approfitta degli spazi vuoti. Che ciascuno faccia la propria parte ed impegni la propria dose di anticorpi (e strumenti), per vincere questo virus. Perché insieme, solo insieme, lo vinceremo.