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Ora Macron non ha più scuse. L’autunno bollente che aspetta la Francia.

Scritto da Claudio Lanza Il . Inserito in Linea di Confine

macron

Finalmente, domenica scorsa, si è chiuso il sipario sulle elezioni in Francia. Il doppio turno delle elezioni legislative ha confermato il risultato delle presidenziali, portando in dote una forte maggioranza assoluta al movimento La République En Marche del neo eletto presidente Emmanuel Macron - 350 seggi su 577 in un’Assemblea Nazionale più giovane, meno esperta e più rosa.
Come pronosticato, il maggior partito di opposizione sarà quello dei Républicains, con 137 seggi. Al contrario, il Partito Socialista ne ottiene solo 44, mentre l’estrema sinistra 27, abbastanza per ottenere più fondi come gruppo parlamentare. Ultima l’estrema destra di Marin Le Pen con il Front National che ottiene soli 8 seggi, insufficienti per formare un gruppo parlamentare indipendente. Insomma, una vittoria larga per Macron, non bulgara come alcuni sondaggi prevedevano, ma abbastanza forte per governare da solo, senza l’aiuto di altri partiti.

Una forza inarrestabile in Parlamento che, tuttavia, non si riflette completamente nel paese. Molti francesi hanno preferito astenersi dal voto, portando l’astensione a livelli mai toccati nella storia della Quinta Repubblica, ossia al di sotto del 45%. Se, da un lato, hanno giocato a sfavore la prevedibilità del risultato e un tempo stupendo per andare a mare, è pur vero che gran parte dei francesi sono rimasti indifferenti al tentativo di Macron di “rivoluzionare” il sistema politico francese. Ciò significa che un gran bacino di elettori, composto da quei segmenti ai margini della società francese, potrebbero essere attratti dalle sirene dei partiti più radicali a destra come a sinistra, in caso di riforme troppo lacrime e sangue.

Dopo sei settimane passate ad affrontare, da un lato, gli Stati Uniti e Trump, con la politica irrazionale, distruttiva e autolesionista sul cambiamento climatico – scimmiottando lo slogan elettorale di Trump, Macron ha vuole “Make Our Planet Great Again”, e dall’altro lato, a discutere con la cancelliera Merkel su quale direzione l’Unione Europea dovrebbe prendere dopo la Brexit, ora Macron può iniziare la sua rivoluzione, sperando che siano all’altezza delle alte aspettative dei francesi.

Per evitare di rimanere impantanato, Macron agirà con velocità. I primi 100 giorni saranno decisivi. La più importane, ed esplosiva, delle riforme sarà quella del lavoro. Costata la rielezione per il suo predecessore, Macron ha già iniziato le discussioni con le parti sociali, che continueranno per tutta l’estate, per andare poi al voto in parlamento in Autunno. Nei contenuti, si tratta di un Jobs Act in salsa francese, con l’obiettivo di semplificare le assunzioni delle imprese, riformulare i contratti a tempo indeterminato e privilegiare la contrazione settoriale a quella nazionale.

Diversamente dal governo Renzi, però, Macron ha adottato una politica dialogante con i sindacati nazionali, riservandosi la possibilità di varare la riforma per decreto (ordonnance). Un approccio costruttivo che potrebbe ripagare, soprattutto quando il governo toccherà i sussidi di disoccupazione e la formazione professionale, il vero bacino politico ed economico dei sindacati.

Sarà questo, infatti, il vero banco di prova per Macron. In quel momento, sarà possibile constatare fino a che punto la Francia è con lui, con la sua rivoluzione liberale, e quanto le forze conservatrici dei sindacati siano ancora radicate nel paese. Macron intende rivoluzionare un settore altamente inefficiente, che conta 33 miliardi di euro di debiti, con l’obiettivo di disarcionare i sindacati, con i quali lo gestisce. Vuole aprire il settore a tutte le categorie di lavoratori, non solo a chi un lavoro già ce l’ha – déjà vu? Sui sussidi, il governo intende restringerne l’accesso, ridurne la durata e limitare il numero di offerte di lavoro che un disoccupato può rifiutare. Con la formazione professionale se ne vanno 30 miliardi di euro, gestiti senza alcun controllo dai sindacati, i quali distribuiscono lavori privilegiando i propri associati. Macron vuole una rivoluzione.

Si tratta di una scommessa che, in caso positivo, libererà le forze propulsive della macchina francese, esponendola, al tempo stesso, a una competizione nel campo del lavoro mai vista prima. La domanda da porsi è la seguente: è questo ciò che vogliono i francesi? Saranno capaci di superare un primo periodo di sacrifici per poter beneficiare di una economia più flessibile e dinamica? Dal canto suo, Macron sarà capace di traghettare i suoi concittadini verso una nuova Francia? Oppure aumenterà la disillusione e il risentimento, soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione? La Francia è a un bivio.