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Luigi Musella: Napoli dal dopoguerra a oggi

Scritto da Evelina Parente Il . Inserito in Il Palazzo

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Sta riscuotendo molto interesse l’ultimo libro di Luigi Musella, docente di storia contemporanea alla Federico II. Siamo qui a parlarne con lui.

Professore, parliamo del suo ultimo libro: “Napoli nel racconto della politica”, che descrive la storia della città a partire dal dopoguerra fino al 1997, anno della rielezione di Antonio Bassolino a sindaco di Napoli, con oltre il 72% dei voti. Come mai ha deciso di utilizzare i quotidiani dell’epoca, come fonte principale della sua ricerca? Cosa ha voluto dimostrare, utilizzando come fonte i giornali?
Il problema che io volevo affrontare era quello della formazione di una cultura politica popolare. Quindi capire quali sono state le informazioni veicolate, le notizie perciò che potevano leggersi sui giornali e alle quali chiunque poteva accedere, e da chi specialmente fossero veicolate e come, in modo da poter creare un’immagine dei politici nell’ambito dell’opinione pubblica. Ho scelto i giornali come fonte, tant’è vero che il limite che mi sono posto è stato il primo Bassolino. Dal dopoguerra al primo Bassolino, il giornale, per la realtà politica napoletana, diventa l’ informatore principale per l’opinione pubblica cittadina. Quali sono state le mie considerazioni alla fine della ricerca? Quale l’analisi? Ho constatato che attraverso il giornale non ci è dato di conoscere i fatti, se non implicitamente attraverso la costruzione della notizia, ma riusciamo a individuare quale l’immagine positiva e quale quella negativa, del sindaco o dell’esponente politico di turno, che il giornale diffonde per legittimare o delegittimare tale figura.

L’analisi del libro si sofferma in particolare su quattro figure: Lauro, Gava, Valenzi e Bassolino. I capitoli sono intitolati a questi quattro esponenti della storia politica cittadina, ma in realtà sviscerano una storia molto complessa, fatta di tante figure minori. Una storia per certi versi anche sconosciuta. Quale immagine positiva e negativa si veicola su questi personaggi, attraverso la carta stampata?
Ritorniamo al problema della fonte. La fonte viene analizzata non per definire i fatti come sono andati, anche se, poi, vengono fuori elementi interessanti da cui partire per poter ricostruire i fatti veri e propri. La loro complessità è intrinseca, in contrasto con la semplificazione dell’informazione, veicolata dalla fonte stessa. Nel caso di Gava, ad esempio, che per me è il protagonista più complesso, viene fuori, nonostante un’immagine costruita in negativo, soprattutto dall’opposizione, e non solo dall’opposizione esterna, ma anche da quella interna alla democrazia cristiana, viene fuori (cosa che prima della ricerca non mi aspettavo) che il periodo gavianeo è uno dei pochi in cui c’è stato un progetto strategico per Napoli: pensiamo alle idee della metropolitana o della tangenziale. Queste infrastrutture sono state pensate quando c’è stata una continuità del governo cittadino, aiutato dal potere centrale, fra il ’65 e il ’70. Non appaiono uomini rimasti nella memoria cittadina: c’è il sindaco Principe, o l’assessore alla programmazione Servidio. Servidio, riesce ad instaurare un dialogo con quella grande figura di architetto e ingegnere, che è Piccinato, e pensa alla tangenziale, al centro direzionale, alla metropolitana… Quello fu un momento che produsse un’idea. Certo i democristiani avevano il sostegno del governo centrale. Io ho intervistato Servidio. Servidio, per i democristiani di allora era “un tecnico prestato” alla politica. In realtà era un fanfaniano, (non era un doroteo come Gava, ad esempio). Era una figura eccezionale. Intervistandolo telefonicamente, è riuscito a mettermi davanti agli occhi il suo modo di amministrare il problema, di affrontarlo. Dice: “noi avevamo il problema pratico di capire come si dovesse collegare, la tangenziale all’autostrada, allora io mi sono rivolto a figure eminenti..” Si evince che fosse una figura che operava allora, e che ancora oggi, a distanza di molti anni, ragiona con le categorie di un amministratore pubblico… Però mi ha anche detto, che avrebbe voluto proseguire quest’idea strategica dell’area metropolitana. Tuttavia, la formazione delle Regioni, nel 1970, che scombussolò tutti i piani, tutte le logiche. E’ con l’avvio del potere regionale che si determina una guerra fratricida all’interno della democrazia cristiana. Nel libro parlo dello scontro di potere fra Gava e De Mita. Lo scontro fra queste due anime del potere democristiano, alla fine condusse ad una immobilizzazione. E’ in quel passaggio politico, quando il potere passò dalla Provincia alla Regione, che Gava, venne sconfitto. Egli aveva intuito quanto diventasse fondamentale il ruolo del governatore della Regione.. e quanto la Regione avrebbe contato, e infatti, dopo la sconfitta sul piano locale, si fece eleggere alle politiche, nel ’72.

Lo snodo del passaggio da un potere provinciale a uno regionale, segna lo spostamento di Gava su un livello nazionale, potere che poi si solidificherà, nel decennio successivo, negli anni del pentapartito. O, nel ’72, è per opportunità che Gava si rivolge verso il potere nazionale?
Gava voleva diventare un politico nazionale. Però in quel momento è sconfitto. Continua a rimanere pur sempre un uomo di potere, però viene sconfitto, dall’interno del partito. Tant’è vero che in quel momento a Napoli, nel ’72, prende piede la corrente di sinistra. E la polemica contro Gava inizia all’interno della democrazia cristiana.

Il personaggio che l’ha sorpresa di più dopo la sua ricerca, è Gava, però gli altri personaggi erano più conosciuti dall’opinione pubblica, erano più massmediatici, potremmo dire. Pensiamo alla vittoria del partito comunista a Napoli, nel 75, dopo la questione del colera, che sancisce la sconfitta della democrazia cristiana in città, e la salita al potere di Valenzi.
Gava è sempre stato un uomo di partito. C’è una frase di Gava che dice: il partito è più importante della tua famiglia. Secondo me (queste sono mie riflessioni però), quando domina il partito a Napoli, lo tiene stretto, lo domina, determinando alla fine una ribellione. Gava al contrario di Valenzi e Bassolino, che avevano un certo appeal per la cittadinanza, non ha mai mirato alla personalizzazione. Gava era il partito.

Lauro, Valenzi e Bassolino: proviamo a delinearne un breve profilo tramite i giornali dell’epoca, che hanno commentato i fatti a caldo e tramite, quello che di loro possiamo dire oggi?
Lauro era una figura, certo dati i tempi, mediatica. Lauro utilizza il Roma. Il Roma, io lo ricordo, era un giornale partito, un giornale bandiera. Lauro ne utilizza i giornalisti che vi scrivono. La sua figura, ma anche la sua biografia, la costruiscono i giornalisti. E grazie a ciò diventa un riferimento positivo e negativo. E’ un grande imprenditore, cosa che non si è mai detta abbastanza, ma che gli studi di Biagio Passaro dimostrano, di contro non è un buon amministratore. Lauro esalta la visione del privato, nel senso di dire io non sono un politicante, un po’ come ha fatto Berlusconi. Anche Lauro aveva una gestione molto personalistica del potere. Quale i limiti? Figura poco amata dalla Napoli bene, anche perché era sorrentino. Viene considerato un volgare, uno scugnizzo. Ma per quanto non fosse un grande amministratore, è stato più rappresentato in negativo di quanto non fosse.

Quando nel 63 esce il film di Rosi, il potere di Lauro è terminato. Eppure gli appalti continuano ad esserci, e ad essere gestiti in maniera persino, più scientifica, dalla democrazia cristiana al potere. Questa fase la ricostruisce chiaramente De Marco, nel suo libro su Napoli, uscito qualche anno fa.
Certo la questione è stata molto enfatizzata. Lauro nel dopoguerra trova una città distrutta, da ricostruire. Eppure la distruzione della città c’è stata. E anche allora, questa enfatizzazione del disastro laurino a discapito di altri protagonisti, si evince dalla pagina napoletana dell’Unità, che allora c’era. E’ uno dei pochi momenti in cui la cultura di opposizione ti faceva capire come stavano veramente le cose. E in realtà ti faceva capire che l’enfatizzazione eccessiva in negativo della figura laurina, proveniva più da ambienti azionisti, facenti capo ad esempio alla rivista Nord e Sud. Una cultura che sarà ripresa molti anni dopo da un giornale come Repubblica. Quindi gli azionisti. La cultura comunista nel periodo togliattiano è ancora una cultura laica, successivamente diventerà moralistica, che è un difetto tutto italiano. Noi abbiamo ad esempio la descrizione di Napoli, di Bocca che è una descrizione semplicemente razzista, mascherata di moralismo.

Facciamo un passo indietro: Valenzi
Valenzi è una figura dietro la quale secondo me, e se ne parlava pure all’epoca, c’è Andrea Geremicca. Valenzi è un’altra figura costruita, (dai giornali, attraverso l’opinione pubblica a lui favorevole) attraverso la quale Geremicca, punta specialmente a fare voti. Certo Valenzi, in consiglio, non ha la maggioranza. E dopo il terremoto, quando si deve puntare sui soldi per la ricostruzione, Valenzi non è all’altezza. Valenzi rimane una figura emblematica: punta alla rinascita della città un po’ come il primo Bassolino. Però non era solo Valenzi, era anche il partito: le idee di Piccinato c’erano, ma venivano rifiutate. E il partito non è che avesse molte altre idee.

E Bassolino aveva una strategia?
Bassolino si trova a vincere sulla scia degli scandali. E dobbiamo parlare di “costruzione degli scandali”, perché in effetti, e questa cosa che non è stata mai veramente capita, gli scandali sono stati abbastanza costruiti. Tangentopoli è stata conosciuta attraverso i giornali. Se uno avesse fatto minimamente riferimento alle carte, probabilmente, la storia sarebbe diversa. Un magistrato dell’epoca di mani pulite quando i magistrati erano dei miti, in una delle mie indagini, mi ha detto: “ora non siamo più miti”. Gli risposi “ No siete uomini con i pro, i contro. Certo avete un potere in mano enorme”. Al tempo di mani pulite, ci fu un’enfasi enorme, un’enfasi sproporzionata, rispetto a come andarono a finire poi processi.

Si parlava prima di Berlusconi, ma se io volessi dire, ma che ha fatto questo signore, nella politica economica, ad esempio? Al di là della sua vita privata. Solo mettendomi a fare una ricerca seria, leggendo tutti gli atti parlamentari, potrei capire veramente qualcosa. Dai giornali non sarebbe possibile: costruiscono un mito, poi lo buttano giù, in positivo o in negativo. La stessa cosa si può dire oggi di Renzi: la volontà di delegittimarlo, che c’entra con le sue capacità politiche? Io devo dare un giudizio laico. Non c’è un dibattito politico, c’è un dibattito sulla persona: mi è simpatico, mi è antipatico, è peggio di Berlusconi, vuole comandare! Ma se cerchiamo di capire, nel concreto, quali sono le leggi che ha fatto, non abbiamo alcun tipo di vero dibattito. Ancora oggi i Bassolino o i Pomicino, vengono apostrofati come “ viceré”. C’è una costante nell'enfatizzare nell’approccio comunicativo. E poco o niente laicità. I giornali, i talk show, Travaglio, che sta dappertutto: non puoi fare la politica sulla morale. Di Berlusconi non capisci quale è la sua politica, perché se ne parla solo a livello morale. Tipo Lauro. Dalla borghesia napoletana è stato trattato allo stesso modo, perché un uomo sopra le righe. Anche di Gava la stessa cosa. Che Gava fosse un uomo pieno di talento politico, è fuori di dubbio. Vogliamo capire, invece di fare solo moralismo! Spesso chi parla di giustizia, non conosce bene le dinamiche della giustizia stessa. I processi andrebbero seguiti. Il potere principale dei giudici è quello massmediatico.

Vale anche per De Magistris?
De Magistris è una figura che non si riesce a capire bene, perché essendo un magistrato, è come se , in qualche modo, la sua immagine fosse tutelata dalla sua professione.

Professore, il suo libro si chiude con il trionfo di Bassolino sindaco, il G7 a Napoli, il matrimonio perfetto con gli intellettuali napoletani. Sembra quasi una favola: Napoli che dopo tante ombre, tolta la parentesi di Valenzi, riesce a ritrovare la sua luce, agli occhi dei napoletani e del mondo intero?
Anche il rinascimento di Bassolino è molto costruito. Così come la sua sintonia con gli intellettuali.

Bassolino avrebbe potuto fare di più di ciò che ha fatto, dato che al contrario di Valenzi, per esempio, non aveva alle spalle la struttura rigida del partito comunista, e l’incapacità storica di esso ad essere forza di governo?
La città è molto cambiata. Anche la società napoletana è una società più liquida. Non c’è più la classe operaia. Bassolino forse utilizza ancora troppe categorie tradizionali. Come quella delle masse. C’è stata sì tangentopoli, però c’è stato anche un cambiamento repentino della società. Craxi al Congresso di Bari diceva: “il mondo sta cambiando, il sistema dei partiti si sta logorando, io so di essere figlio di questo sistema.” E quindi è come se dicesse io, come tutto il sistema, sono destinato a finire. Non so se non ci fosse stata Tangentopoli, se sarebbe finita così. Anche perché i socialdemocratici, i liberali, intesi come vere e proprie culture politiche, sono state sempre culture molto deboli in Italia. L’Italia ha una storia politica completamente diversa, rispetto a quella della Germania. Con la Francia ci sono già più similitudini. In Italia sono finite le due chiese, punto. Bisognerebbe fare qualcosa che è più vicino all’anima del nostro paese, lo stesso Renzi dovrebbe sostituire la democrazia cristiana, per esempio. La democrazia cristiana, era un parlamento nel parlamento. C’è bisogno di un leader che abbia le capacità di tenere insieme un sistema trasformistico, creare le possibilità per tenere insieme una società molto mobile. Allora forse è di un grande “trasformista”, nel senso di un grande mediatore, che abbiamo bisogno, una figura che riesca a mettere insieme parti individualiste, separate, “particolaristiche”.