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Verso nuovi itinerari e nuovi linguaggi

Scritto da Ernesto Paolozzi Il . Inserito in Il Palazzo

Il caso Taranto oltre a rappresentare un dramma per il Paese è, per certi aspetti emblematico per il destino politico dell’Italia. Un lungo, faticoso contenzioso (per non dire scontro) fra la magistratura,l’Ilva ( fra le più grandi acciaierie d’Europa) e una parte dei cittadini tarantini sta mettendo a serio rischio il futuro dell’industria dall’acciaio italiano e non solo italiano.
La chiusura della grande fabbrica per l’inquinamento che provoca o provocherebbe e la discussa gestione da parte della famiglia Riva mette in pericolo migliaia e migliaia di posti di lavoro. Si parla di quarantamila posti! Scomparirebbe un’azienda il cui valore strategico non può certo sfuggire.
Solo qualche anno fa ci sarebbe stata una mobilitazione generale dei sindacati, dei partiti della sinistra, dell’opinione pubblica progressista di portata gigantesca. La difesa dei lavoratori e della grande industria manifatturiera sarebbe stata condotta senza se e senza ma. Oggi non è così. La sinistra ha balbettato, per tanti aspetti, smarrita fra la difesa del lavoro, le pressioni ambientaliste, il timore reverenziale nei confronti del potere giudiziario.
Ciò mostra, a mio modo di vedere, che la sinistra e soprattutto il Partito Democratico vivono una evidente crisi di identità che non si può nemmeno ricondurre ( come molti di noi abbiamo ritenuto fino a qualche tempo fa) alla mancata scelta fra una linea riformista ed una massimalista. C’e qualcosa di più, di più profondo che impegna un’analisi nuova e spregiudicata delle dinamiche sociali, delle sensibilità e degli umori di una società complessa ma al tempo stessa dominata da pulsioni elementari e conformistiche come quella che sfocia nella pericolosa deriva antipolitica. Il destino di quarantamila operai , sul piano emotivo e della comunicazione politica, vale meno,oggi, del taglio del vitalizio di parlamentari e consiglieri.
Vi è l’urgente necessità di invertire la rotta, di fare i conti innanzitutto con se stessi, provando a seguire nuovi itinerari, a costruire nuovi linguaggi.
Se non appare realistico tornare alla difesa tout court dei posti di lavoro, nemmeno sembra realistico oltre che giusto lasciare che le cose vadano da sé in una sorta di caricatura del cosiddetto liberismo. E nemmeno è possibile cullarsi in un sogno neoromantico fondato su un non meglio identificato concetto sociologico: la cosiddetta decrescita che in alcuni interpreti si trasforma in una visone bucolica e pauperistica.
E’ evidente, mi sembra, che una sinistra rinnovata, nel caso specifico, debba provare a ripensare in termini moderni una attenta e nuova politica industriale per il Paese. Non è ipotizzabile perseguire la via delle nazionalizzazioni o degli investimenti statali sic et simpliciter. Non ci sono le risorse, si incontrerebbe il veto assoluto dell’Europa.
Ma è possibile, attraverso nuove forme di organizzazione del lavoro, con una politica fiscale incentivante, una diversa e più convincente politica energetica e promuovendo accordi territoriali finalizzati allo scopo, provare a ridefinire un piano strategico per l’industria italiana. Soprattutto per la grande industria che si rivela strategica per un grande paese che deve abbandonare il mito del “piccolo è bello” che ha caratterizzato gli ultimi anni.
Con l’Europa è necessario, su questo come su altri temi, rinegoziare un patto per la crescita superando( come si dice superficialmente) non il liberalismo europeo che non c’è, ma il dirigismo e l’eccesso di regolamentazione che sta spegnendo l’Intera Europa.
L’identità della sinistra e del Partito Democratico in particolare si costruisce anche attorno a questioni concrete come quelle che il caso Taranto ha portato alla ribalta. In attesa che si trovino i linguaggi e le persone in grado di superare il blocco, culturale prima ancora che politico, che soffoca i progressisti da ormai un ventennio.