fbpx

Caro giustizialista, io so chi sei (e ti consiglio di andare in analisi)

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

legalita giustizialismo gisutizia 510

Caro giustizialista, so chi sei.
Ci siamo conosciuti nel corso di questi anni. Trovarti, oramai, è piuttosto semplice: sei ovunque, ben oltre la dimensione social.
Alcuni ti sottovalutano, credendoti poca cosa. Io, invece, sostengo il contrario.

Occhio, non ti montare la testa. Dico questo perché, in fondo, aveva ragione il vecchio Leo: “Uno stupido è uno stupido, dieci stupidi sono dieci stupidi. Dieci mila stupidi sono una forza storica.” Ed allora, caro giustizialista, occorre comprenderti, perché, soprattutto nella generazione under, voi giustizialisti siete sempre di più. Tanti e confusi, tanti e “iperinformati”, quindi disinformati.
Partiamo dalla fine: il giustizialista di oggi è il trinariciuto di ieri, direbbe Guareschi.

Taluni ritengono, ingenui o scaltrissimi, chissà, di poter sviare l’analisi. La buttano in caciara: “Se stare dalla parte della verità significa essere giustizialisti, allora è opportuno esserlo”, dicono. E’ questo il mantra dei trinariciuti manettari, ma, ovviamente, c’è dell’altro: tu, caro giustizialista, sei fenomeno di costume, pre-politico.

Da trinariciuto con la toga in pectore, infatti, non conosci, ma sospetti. Osservi il mondo cambiare dalla serratura delle aule dei tribunali, ascolti il costante fruscio delle intercettazioni, godi dei rinvii a giudizio. Scambi il formalismo tipico del diritto per purezza, non distinguendo tra sistema di garanzie e sistemi di connivenze. Ti batti per quel vecchio arnese della Costituzione repubblicana senza averla compresa nelle sue miserie, difendi i magistrati senza valutarne l’operato, tifi per taluni giornalisti come il più inferocito degli ultrà.
Da buon giustizialista, attendi la sentenza successiva, quella che puntualmente renderà l’Italia un Paese migliore. Oppure, da complottista consumato, ti scaglierai contro l’ennesima prescrizione ad personam. In trincea, in ogni caso.

Non ti poni mai domande scomode, riservando queste ultime agli sventurati di turno. Se un magistrato è corrotto, vuol dire che la politica marcia lo ha comprato. Se un giornalista fa il verso al coro, la politica lo ha infettato. L’unica autorità che riconosci è quella giudiziaria. Alla magistratura, infatti, perdoni tutto: errori, collusioni, legami, inefficienze, magagne. Reazionario? Vien quasi da dire: “Magari!”

Caro giustizialista, tu non sei né di destra né di sinistra, è vero, ma non per profondi e complessi percorsi interiori, di crescita e di analisi. Tu sei contro. Stop.

Sei contro il “mondo infame”, perché, in fondo, sei un perenne adolescente. In andropausa, però. La bulimia giudiziaria, infatti, è una forma di infantilismo travestita da machismo. La madre sentenza è un genitore castrante, ma è l’unica forma di genitorialità che ri-conosci.

Sei in eterno conflitto con la triade Stato-Padre-Autorità. Il complesso di Edipo, che ti attanaglia e ti consola allo stesso tempo, è quello rivolto alla madre-sentenza, unica dea ed unica via per la santità.

Il Fatto Quotidiano è la fonte del bene, non solo della verità. Sta dalla parte dei giusti, prima ancora che dalla parte dei fatti. E’ questa la chiave di volta: non post verità, ma gius-giornalismo, giornalismo del trascendente, del Dio-processo, del Dio-avviso di garanzia. Gogna per i ladri, mediatica prima che giudiziaria. Dalle monetine a Craxi ai rutti sui social, questa è stata la parabola del circo equestre: per questo il Fatto resta l’unico giornale che leggi e di cui ti fidi.

Ed allora, nella tua cerchia, il clima generale non può che essere di attesa, di spasmodica ricerca del prossimo affossato. La battaglia politica è battaglia giudiziaria. Sempre, anche dopo Berlusconi.

La tua frustrazione, la tua inettitudine trova sollievo nel consolatorio turpiloquio random: politici avvoltoi, corrotti, ignoranti. Politici ingiusti, arraffoni, maneggioni, impenitenti, maldestri, incapaci. Politici mediocri, politici latrine.

A volte, dici di amare il nostro Paese, ma menti.

Tu, in fondo, l’Italia la odi. Un odio inconfessabile, dovuto alla impossibilità di comprendere la complessità che ne governa le dinamiche.

Anarcoide per impotenza, non per scelta. Contro un sistema che non esiste, che è già altro, che si è già evoluto. Anarcoide ed irresponsabile, perché incapace di assumerti responsabilità. Anarcoide ma non anarchico, come tipico di noi italiani.

Caro giustizialista, tu godi dell’arresto di un politico o di un imprenditore, perché, in fondo, non riesce a godere altrimenti: il coito giudiziario, in un Paese che ha smesso di fare figli, è una nuova e diffusa forma di autoerotismo.

A te non interessa che il sistema giudiziario funzioni meglio. Anzi, il sogno è che continui a non funzionare, appaltando ad eroi e martiri il compito di gestire la redenzione collettiva. E’questo il motivo per cui non ti interroghi sul funzionamento ordinario del sistema processuale.

Eppure sarebbe interessante discutere con te di quanto è fragile la nostra Giustizia.
Ma tu non vuoi discutere, lo so.
Non farti domande allora, continua così.

Non chiederti mai quali siano i criteri in base ai quali vengono nominati i consulenti tecnici d’ufficio (i veri estensori delle sentenze). Non chiederti quali siano i rapporti tra giudici e curatori fallimentari. Non parlare mai delle modalità con cui, nel nostro Paese, viene gestito il contenzioso amministrativo.

Guarda altrove.
La Giustizia,con le sue dinamiche, le sue disfunzioni, è una cosa da grandi.
Tu continua a giocare. E goditi la tua adolescenza.
Un abbraccio