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Quale cultura politica per il PD?

Scritto da Paolo Donadio Il . Inserito in A gamba tesa

In politica, le fusioni a freddo di sicuro non favoriscono processi di aggregazione sociale o di individuazione di interessi. Processi caldi, verrebbe da dire. Accostare due tradizioni, la comunista e la cattolica, e pensare che possano trovare una sintesi culturale che ha per nome Partito Democratico in nome del “bisogno di fare un’Italia nuova” (dal primo paragrafo del Manifesto dei Valori del Partito Democratico) pare abbastanza ingenuo. I partiti possono calare dall’alto e fare a meno di una cultura politica solo in presenza di un Signore – nel senso feudale del termine – il cui potere economico è tale da potersi radicare sul territorio nel giro di pochi anni (anzi, in questi casi l’immissione di una cultura politica in un tessuto deliberatamente acefalo provoca più danni che benefici, come ha dimostrato il matrimonio con Alleanza Nazionale).
Ma se i problemi in casa del PDL saranno principalmente di tipo dinastico, in casa PD i guai hanno i nomi attualissimi di “identità”, “cultura”, “base”, “storia”. Non avendo in panchina a disposizione una Barbara o un Piersilvio (personalmente, scommetto su Barbara…), il PD ha fatto del tema “noi chi siamo?” lo sport preferito di iscritti, elettori e commentatori a vario titolo.
Stupisce che, a quasi sei anni dalla nascita del Partito Democratico, le domande siano ancora le stesse. Viene il dubbio sull’intelligenza politica di chi ha materialmente contribuito, a quel tempo, a delineare le linee guida di quel progetto. Ma il PD, nel lontano 2007, ha preso le mosse senza interpretare la società italiana ed europea? Il PD è nato senza offrire un tentativo di sintesi politica collegato alla modernità, alle sue sfide, alle sue implicazioni culturali? Se stiamo ancora a chiederci “chi siamo”, i Veltroni e Prodi dell’epoca sono stati spinti più da necessità che da virtù e hanno assecondato l’istinto folle di un salto nel vuoto?
No, evidentemente le cose non stanno così. Il Manifesto dei Valori del Partito Democratico, prima evocato, datato (febbraio 2008) spiega e argomenta cosa significa un’Italia nuova: globalizzazione, democrazia della conoscenza, ricambio generazionale, evaporazione del soggetto, laicità dello stato, interdipendenza tra impresa e lavoro, sostenibilità dello sviluppo, tanto per citare alcuni ‘valori’.
Criticabile per tanti versi, ma tentativo di sintesi e superamento delle culture e dei riferimenti teorici di partenza, il Manifesto dei Valori intercetta e interpreta la smaterializzazione dei processi sociali e la problematicità di nuove forme di aggregazione. Il Manifesto dei Valori, in parte ripreso dal recente L’Italia dei Democratici. Idee per un manifesto riformista di Morando e Tonini (Marsilio, 2012) costituisce l’articolazione di un progetto culturale nuovo, che vedeva la sua realizzazione nella vocazione maggioritaria del partito.
Ma allora qual è il problema, se il Partito Democratico è effettivamente nato con un’identità dai contorni non esattamente definiti ma inequivocabili? Il problema, semplicemente, è che il progetto e la cultura di matrice veltroniana, tanto per intenderci, sono stati disattesi da Veltroni stesso attraverso l’alleanza con Di Pietro e poi dichiaratamente messi da parte nei tre anni della disastrosa gestione Bersani. Il problema del Partito Democratico non è l’assenza di una cultura di riferimento, che c’è, ma la sua puntuale negazione e sostituzione.
Al Partito Democratico l’ardua scelta: riprendere e realizzare pienamente il progetto culturale riformista delle origini oppure prodursi nell’ennesima, inspiegabile, metamorfosi.