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‘Na Wave: tra musica e “napoletanità”

Scritto da Francesca Ciaramella Il . Inserito in Musica

na wave

Il documentario sulla musica indipendente napoletana, ‘Na Wave, nasce nel 2015 dal palesarsi di un’aspirazione giovanile in un contesto spontaneo, informale come può esserlo un caffè con un amico. E ora dopo quasi due anni di lavoro, a guardarne il risultato sullo schermo sembra di essere tra gli interlocutori: si osserva gli artisti bene in viso, si notano sguardi sicuri e talvolta piccole indecisioni tipiche di un’improvvisazione, li si ascolta e verrebbe quasi voglia di intervenire.

Che vita e musica siano indissolubilmente legate non è un mistero, e che le sonorità classiche napoletane debbano tanto alla forza ispiratrice sprigionata dalla città mito, non esclude di certo il contrario, che insomma il continuo vagheggiarne l’unicità, abbia reso Napoli ancor più unica. Durante 80 minuti di lungometraggio giornalistico 15 artisti campani si raccontano e descrivono il nascente movimento musicale indipendente, non perdendo mai di vista questo incredibile flusso osmotico.

Non credo sia mai veramente banale ricordarsi che a ogni periodo di crisi di valori, corrisponda quasi sempre un’affannata ricerca di sé, un continuo arrancare verso l’autenticità del reale e del quotidiano. Il bisogno di semplicità si rispecchia nei testi di questi autori: privi di manierismo sono arrangiamenti leggeri, evocativi, che solo nei ritornelli cedono il passo a cambi di tono più forti e concitati. Un bisogno simile guida le scelte stilistiche del regista Salvatore de Chiara, del giornalista Mariano Sisto e del produttore Giuseppe Pettinati, che di ‘Na Wave sono i creatori. Non ci sono interviste preconfezionate, né inquadrature simbolo o smaccati tentativi di sfruttare l’immagine di Napoli città caotica e policromatica, e né tantomeno sembra ci sia stata l’ambizione di investire grandi somme di produzione. Un’occhiata a qualche estratto ed è subito evidente quanto chi ha messo mano alle riprese, l’ha fatto tentando di coinvolgere i suoi futuri spettatori, di interfacciarli direttamente con l’intervistato di turno.

La ben studiata carrellata di artisti (La Maschera, Foja, Tommaso Primo, Valerio Jovine, Gianni Simioli, Fede ‘n’ Marlen, Sabba & gli Incensurabili, Nicola Caso, Andrea Tartaglia, Pepp -Oh, Blindur, Lino Vairetti, Giovanni Block, Federica Vezzo e Alessio Soll) finisce sicuramente per convincere il pubblico, perché vanta le voci più seguite degli ultimi anni, soprattutto da una grossa fetta di giovani; e così, indagare il “come” e il “perché” del nuovo fermento musicale partenopeo, in fondo finisce per svelare cosa spinge un vasto e affezionato pubblico a saltellare da un concerto all’altro. Di certo c’è un bisogno di sentirsi vicini, uniti, solidali e sostenuti da una spiccata “napoletanità” e che paradossalmente è più evidente in coloro che provengono dalla periferia.

Questa consapevolezza orgogliosa introduce le parole di Mariano Sisto in merito: «Napoli vive un fermento solido al punto da essere riconosciuto dai suoi contemporanei come movimento mentre è nel vivo della sua attività. Chi lo anima sa di starne nutrendo la fiamma e tra la voglia di sbandierare l’egoistico “ci sono anch’io” e la responsabilità, invece, di dover per questo fare buona musica, prevale la seconda linea, devo dire.»