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Vintinove e trenta: una nuova tradizione musicale è possibile, lasciamoli suonare!

Scritto da Mariano Paolozzi Il . Inserito in Musica

PAOLOZZI

Napoli è dominata dalla canzone e la canzone napoletana ha dominato il mondo per oltre 3 secoli. Oggi forse è diventata un classico e quindi, come tutti i classici, è sempre attuale. Le stagioni però si alternano, così come la fortuna: ed anche la tradizione musicale partenopea ha trovato una battuta d’arresto.
L’ultimo epigono di livello nazionale e internazionale è stato, con i suoi pregi e i suoi difetti, Pino Daniele. Ma se il dominio è scemato, di certo non è diminuito il sound che scorre nel sangue di un popolo. In questi ultimi anni c’è un fermento nuovo in città, che sta scrivendo e riscrivendo una nuova stagione ancora tutta da scoprire. I gruppi emergenti sono tanti, i fenomeni nuovi via via aumentano, le contaminazioni sembrano infinite. Fra questi i Vintinove e Trenta, un gruppo di ragazzi napoletani che dal 2015 gioca a mettere le note e le parole una dietro l’altra.

La cifra culturale di Carlo de Rosa (voce), Alessandro Zinno (sassofono), Francesco Verrone (basso), Pasquale Di Marino (batteria) e Roberto Veneri (chitarra) è non prendersi troppo sul serio, lasciando alla legittima velleità di prendere il sopravvento ogni tanto. Sti ragazzi tengono ‘o sound? Decisamente sì. È corposo e accattivante, mescola swing, blues, funk e testi in napoletano. Un napoletano che si potrebbe definire colto, ma comprensibile. La loro ultima fatica, Pe 29 e 30, rappresenta per certi aspetti il loro manifesto artistico, oserei dire politico. Essere scanzonati e energici, in alcuni casi quasi ingenui: ma ad un orecchio attento non può sfuggire una latente tensione estetica alta, in alcuni casi raffinata.

Ad esempio in Evelina, una signorina che porta il caffè, c’è sicuramente una rappresentazione barocca di una figura tipica, rintracciabile in decine di commedie, sceneggiate e canzoni del passato. Ma nelle tinte si può riscoprire un tocco di ruffianeria perduta e un clima di leggerezza, come un mix fra le “canzonette” di Bennato e le righe della signorina Felicita di Gozzano. Perché Evelina porta il caffè, ma ti sceta lei e il caffè non serve più. In Pe 29 e 30 invece c’è un nemmeno tanto velato richiamo all’arte dell’arrangiarsi, virtù e tragedia della nostra città. Ma nel testo, e forse nella musica, una consapevolezza emerge: molto più somigliante, anche se totalmente diversa, alla Bambenella di Viviani, prostituta drammatica ma fiera, ingenua ma brillante. Soprattutto lascia alle spalle la scioccheria della narrazione di una Napoli folkloristica o rivendicazionista. Lasciarsi alla spalle l’arrangiarsi figlio della povertà, aprire le porte a l’arrangiarsi capace di andare in contro ai problemi, di fronte a un mondo di oggi sempre più in costante fase emergenziale.

Il gruppo nasce da un’idea di de Rosa e Zinno: “Vogliamo sfogare nella musica il desiderio di divertirci e divertire”. Insieme agli altri componenti del gruppo, davanti ad una bottiglia di vino (probabilmente ubriachi, questo lo aggiunge chi scrive), si sono messi l’animo in spalle e gli strumenti in mano. In questi anni hanno girato in tutti i locali più attivi della scena musicale partenopea, come ad esempio il Beer Garden e il Kesté. Il 1 maggio scorso hanno partecipato al concerto-evento organizzato dal collettivo Terroni Uniti ed hanno aperto il concerto dei Foja al Neworz Festival 2017 della Mostra d’Oltremare. Venerdì 8 settembre si esibiranno al Renanera Beach, a Torre Annunziata. Chiunque prende una chitarra in mano a Napoli, volente o nolente, ha la responsabilità di portare sulle spalle secoli di gloria musicale. Non deve rappresentare un problema, ma una sfida. Come stanno facendo in tanti. Come stanno facendo, a modo loro, i Vintinove e Trenta.