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Despacito: e se fosse Napulitane?

Scritto da Gabriele Esposito Il . Inserito in Musica

despacito

L’estate, quella di lidi e mare, è alle porte, e pure in sotto fondo sembra ancora ascoltare presente i tormentoni che hanno accompagnato quest’estate. Ritmi incalzanti, cadenzati e sensuali che hanno fatto, come da qualche anno, del latino-america l’ombelico del mondo, creando quella comunità immaginata ben descritta da Benedict Anderson, che vede Scalea e Portorico unite da un filo sottile.

Ora però vorrei proporvi questo esperimento concettuale. Le melodie, i roof, l’appeal, lo slang licenzioso, rappresentano il core artistico attorno al quale si sviluppano queste melodie da radio. Il vulgaris, direbbe Dante, che diviene il luogo dove tutti s’incontrano e comunicano.

Beh ora cosa vi ricordano queste electric music, un orecchio allenato riconoscerà molte delle tecniche presenti nelle moderne canzoni della nuova tradizione napoletana, etichettate e ghettizzate, talvolta, sotto l’appellativo di neomelodiche. Inoltre, le analogie non si fermano qui. Se si pensa alle location dei video, tra baraccopoli e favelas vicine al mare anche il panel di riferimento è spesso simile a quello nostrano fatto di vicoli ed elementi popolari. I messaggi veicolati da queste song poi, spesso parlano anche di malammore o di notti “peccaminose”, quello che poi i testi neomelò fanno da oltre vent’anni e giudicati troppo “spinti” o altro… Insomma come direbbe Freud la musica e la sensualità pagano insieme, come capirono bene Jane Birkin et Serge Gainsbourg con Je T’aime, Moi non Plus…dove nulla è lasciato all’immaginazione.

Se parliamo anche dei look aggressivi ed al limite trash ecco che la cornice artistica si chiude sovrapponendosi con gli improbabili look dei songer nostrani.

Allora quali sono le ragioni del successo di questo filone latino americano, dove a lungo hanno regnato anche artisti italiani affermati come Tiziano Ferro o Paolo Meneguzzi ?

Inoltre il super tormentone Despacito, in Napoletano Chianu Chianu, celebra quello che è uno modo di vivere e un paesaggio, che talmente esotico sembra non appartenere a questa realtà… Bene tutto giusto, infatti noi narriamo ciò che vediamo, allora forse ciò che vedono gli autori napoletani non è bello e fantastico forse? Che la crisi della musica partenopea sia frutto di un degrado ambientale o strutturale? Che ciò che racconta sia mal inviso al mondo?

Beh io credo che la mancanza di progettualità e di strutture sia la vera ragione di una musica che sembra in agonia, fatto salvo qualche raro caso.

Per di più, una comunicazione poco positiva e un atteggiamento non sempre autoctono della stampa non permette una buona diffusione della musica partenopea che diventa momento di riconoscimento solo di un piccolo segmento della popolazione. Sia ben chiaro, qui si parla di buona musica, dove le note suonate e cantate vanno al posto giusto, con professionalità.

Ad esempio oltre alla sovra citata Despacito, prendiamo El Amante di Nicky Jam, tra l’altro sullo stesso tappeto musicale del brano di Fonsi, dove in maniera unica The Jackal hanno dimostrato che tutte le melodie di quest’estate son eseguibili, racconta la storia che molte canzoni neomelodiche narra, con l’unica differenza della lingua latina, per cui da dove viene questo successo?

La disamina proposta in queste righe, pur comprendendo la semplice assuefazione alla osmosi sinfonica dei tormentoni sudamericani, vuol dispiegare anche come in ambito musicale viga una stratificazione culturale-artistica che vede ciò diverso da noi più bello e facilmente assorbibile, per cui Fonzi sia meglio di Colombo, in quanto desiderabile, un’esterofilia che dovrebbe esser perpetuata a volte anche in altri campi.

Certo sappiamo bene che sarebbe difficile, ma nella nostra regione ci sono i talenti per creare una fenomenologia artistica importante da esportare anche in categorie più commerciali, se queste son le mode, per cui cerchiamo di non disdegnare produzioni territoriali come trash a priori, si potrebbe creare una bella industria musicale.

De gustibus non disputandum est , ma ‘cca nisciune è fesso…