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Un equivoco da chiarire

Scritto da Nestore Cerani Il . Inserito in Il Palazzo

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Secondo lo statuto del PD il segretario è, ex officio, il candidato alla presidenza del Consiglio. La qualifica "premier" è un'invenzione mediatica e non corrisponde al nostro dettato costituzionale. Siamo originali: nessun partito ha mai previsto una norma simile. Perfino Mussolini era il capo del governo senza essere, formalmente, il segretario del partito.
Ci sono state personalità DC che spesso hanno coperto le due cariche ma quasi mai contemporaneamente, dovrebbe pure insegnare qualcosa l’esperienza Craxi che agendo in tal senso, pur senza copertura statutaria, è stato responsabile della fine del glorioso PSI la cui vita politica scomparve trasformandolo in una galassia di comitati elettorali gestiti in maniera personalistica dai vari cacicchi. La norma infine confligge con l'art.92/Cost che dà al Presidente della Repubblica il potere di nomina del Presidente del Consiglio dopo le opportune consultazioni. Così si IMPONE al presidente una soluzione precostituita violando la prassi e la lettera della Costituzione.

Infine il partito deve essere, per opportunità politica e operativa, indipendente ed autonomo dal governo. La istituzionalizzazione del Partito gli toglie agibilità e lo rende succube del governo. Se fosse valido questo principio allora a livello locale il presidente regionale è candidato alla presidenza regionale e quelli locali alla carica di sindaco. Fortunatamente non è così.

Infine c’è da considerare che l’art.49 Cost. definisce i partiti come libere associazioni di cittadini che concorrono a determinare, con metodo democratico, la politica nazionale.

Ecco il punto: associazione di cittadini, una parte dell’universo dei cittadini. Il presidente del Consiglio è responsabile non verso il suo partito ma verso il Paese della sua attività esecutiva. Risponde al Paese non al partito. Ecco un”vulnus” costituzionale preciso. Mi meraviglio che tutti i costituzionalisti in sevizio permanente o di complemento tacciano su questo grave deficit di correttezza.

L'errore fu compiuto dai vari D'Alema Bersani e Renzi pensando a se stessi e fu accettato passivamente da un congresso che rinunciò ai suoi poteri. Errare humanum est, perseverare diabolicum. Per il bene del PD, della politica e della correttezza costituzionale la norma va abolita subito a prescindere dalla persona che ne è attualmente titolare: sono gli errori che si commettono quando si opera sul contingente e non sulla prospettiva.

Infine tale ipotesi poteva avere un significato in tempi di maggioritario. Lo scenario che si presenta invece spinge verso le coalizioni. E’ tempo di mediatori non degli assertori di certezze. Le nuove condizioni della politica nazionale rendono quella norma pleonastica, una affermazione di principio fuori della effettiva realtà politica, ragione sufficiente per abolirla.

Si apra il dibattito nel partito, invece di affidarsi alle camarille di corridoio, si abbia il coraggio di coinvolgere il partito nelle sue strutture e nei suoi militanti per eliminare una norma ormai superflua e la cui conservazione è affidata solo al pervicace personalismo dell’attuale segretario che vede nella sua eliminazione una “diminutio capitis”. Un cedimento all’orgoglio che mal si concilia con una reale capacità di direzione politica. Il realismo politico richiede la soppressione di questa norma impropria. Possiamo farlo insieme senza guerre fra guelfi e ghibellini, avendo come punti di riferimento solo l’interesse del Paese e quello del Partito.