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L’illusione del turismo: numeri e prospettive di un disastro annunciato (a Stabia e non solo)

Scritto da Mauro Malafronte e Riccardo Buonanno Il . Inserito in Il Palazzo

Castellammare di Stabia 3

Il turismo è la più importante industria del XXI secolo: secondo l’Organizzazione mondiale del commercio, i soli ricavi diretti annui del turismo internazionale ammonterebbero a più di 1500 miliardi di dollari; senza contare il decisivo stimolo al mercato del trasporto aereo, dell’edilizia e delle infrastrutture.
Inoltre, è stato recentemente calcolato che il fatturato complessivo del settore (comprensivo anche di quello interno e locale) nel 2014 valeva 7600 miliardi di dollari (il 10% del PIL mondiale), impiegando 277 milioni di posti di lavoro (il 9% dei posti totali), mentre l’apporto al PIL europeo è stato del 9,4% nel 2015. In Italia, in particolare, nel 2015 l’industria turistica ha significato il 10,2% del PIL e comportato l’11,6% dell’occupazione.

Come scrive Marco D’Eramo, nel libro “Il selfie del mondo”, questa è l’età del turismo. Un turismo che si fa “industria pesante”, per cifre, dimensioni, prospettive e modelli di governo. Non è, dunque, un caso che la classe dirigente, a suo modo e con i suoi limiti, veda nel turismo il futuro. Il solo possibile, forse.

Il turismo come segmento di produzione, inserito dal Governo Renzi nel piano “Industria 4.0”. L’ex Presidente del Consiglio ha ribadito la sua visione nell’ultima campagna per la Segreteria del PD, nel testo della mozione presentata al Congresso: il Mezzogiorno deve diventare la “terrazza a mare” d’Europa.

Il futuro è turismo, dunque. E, d’altra parte, come può non esserlo? A guardare i dati sul traffico di passeggeri dell’Aeroporto di Napoli Capodichino, non possono esserci dubbi: nel primo semestre di quest’anno, lo scalo campano ha fatto registrare circa 3.5 milioni di utenti, con un aumento in proiezione del 20.5% rispetto al 2016.

I numeri mettono su carta la portata del fenomeno turistico, che sempre più è condizionato dagli investimenti degli operatori low cost e dalle contingenze internazionali.

· La provincia turistica suo malgrado: quale ruolo per Stabia?

La città è satura, trabocca di visitatori e li vomita inevitabilmente nei comuni limitrofi. La tendenza, propria di un turismo di nuova generazione, è inarrestabile. La domanda cresce a dismisura, imponendo la creazione di nuovi mercati ricettivi, funzionali alla gestione del surplus generato dai nuovi flussi: qualunque territorio, ormai, prova a farsi offerta.

Castellammare di Stabia, ad esempio, già l’anno scorso, con cantiere aperto sul Lungomare, accoglieva buona parte del surplus turistico del circondario. Il disastro Villa Comunale, il caos parcheggi e la diffusa inciviltà non hanno fermato neanche nel 2017 gli arrivi e le presenze, ammontanti, secondo i dati dell’Ente Provinciale del Turismo, rispettivamente a 118mila e 284mila, con un aumento del 20% rispetto allo scorso anno.

Castellammare, in fondo, sulla mappa del turismo c’è sempre stata. Certo, la tendenza è ora più evidente e i numeri raccontano con chiarezza quello che siamo destinati a essere. La retorica locale, tuttavia, è fuori dal tempo, sconnessa dalla realtà: il turismo stabiese, nel biennio 2016\2017, è un turismo indipendente dalla città. Il comprensorio satollo confina Stabia a subire il turismo degli altri, quelli bravi, furbi e che sono arrivati prima. Sorrento è, ad esempio, una delle città più cliccate su booking, così come l’intera penisola amalfitana è praticamente full per l’intera stagione estiva. Stessa cosa per quanto riguarda Pompei. Mercati vivissimi, ma saturi, dunque.

Se questo è il contesto, il sistema è intellegibile: il turismo che stiamo vivendo è un riflesso, una conseguenza. Di certo, non lo stiamo governando. Guai, allora, a pensare ad un seme di diversità, ad una rinascita cucita addosso alle caratteristiche della “bella Stabia.” Le macro-dinamiche sono identiche in talune zone della Sicilia, così come nell’alta Puglia o nel Sud della Sardegna. Brand vincenti, pronti, ma che non reggono il flusso: la macchia d’olio a trazione turistica si espande e sfiora i comprensori meno attrezzati e meno costosi.

La Castellammare “città cerniera” sta divenendo realtà sotto gli occhi di tutti. Non c’è stabiese che, oggi, non straparli di turismo: una panacea, un risveglio. Tutti vedono opportunità, senza dubbio presenti, ma con una prospettiva salvifica che fa impallidire.

Ad oggi, il motore turistico che ruota intorno Castellammare è potente, forse persino troppo. Stabia resta una meteora: le gite organizzate puntano altrove, come nella migliore tradizione turistica della penisola. È mappando le tappe dei tour, non a caso, che si ha l’esatta percezione di dov’è collocata Castellammare nella catena del valore. Gli operatori, infatti, la tagliano fuori: da Sorrento, i tour portano alle isole, a Positano ed Amalfi, a Pompei e sul Vesuvio, passando attraverso il fantasma turistico stabiese. Spesso, sono le agenzie della stessa penisola ad eterodirigere gli itinerari turistici. L’estrazione di capitale, nell’industria turistica, avviene così: il tuo turista, quello che da te dorme, “lo sposto io”. La sequenza riproduce uno schema che abbiamo imparato a conoscere in questi anni: siamo i fanalini di coda.
Ad oggi, la città delle Acque, la città “cerniera-dormitorio”, è solamente “la scommessa turistica” dei prossimi 10 anni.

· Food e Bed&Breakfast: il nuovo fulcro del mercato stabiese

Di fronte ad un simile fenomeno, che la sfiora senza mai toccarla, la città fa fatica ad avviare una riflessione in merito. Non aiuta, a riguardo, la mitologia di uno splendente passato ricettivo da inseguire a tutti i costi. Il tutto, come è classico nell’era social, sfocia in appelli accorati alla “buona accoglienza”, che hanno il sapore amaro dell’inutile travestito da ovvietà.

Lo stabiese si limita a scorgere i costanti cambiamenti che stanno avvenendo, o sono già avvenuti, nel tessuto commerciale e immobiliare cittadino. Pensiamo a Corso Garibaldi, che, negli ultimi, ha visto una rapida trasformazione della tipologia di esercizi, sancendo una vera e propria egemonia della ristorazione. Imprenditori, senz’altro oculati, investono in questo florido mercato e fanno cartello tra loro, coprendo la vasta domanda serale. La monocultura gastronomica rappresenterà sempre di più l’unica, scontata, ineluttabile destinazione di una porzione (strategica) del nostro territorio.

Più complesso è ciò che accade nel mercato immobiliare stabiese. Gli affittacamere, su piattaforme quali Airbnb, sono più che raddoppiati rispetto all’anno scorso, anche in posizioni distaccate dai consueti flussi quotidiani cittadini. Lo si può notare, oltre che sulla mappa della nota app, incrociando per le stradine collinari del centro storico un buon numero di visitatori in uscita dai loro alloggi. È questo, d’altronde, il destino del centro storico che, negli ultimi 20 anni, non si è mai rigenerato. Lì dove non sono riuscite la politica, la cittadinanza attiva e le buone intenzioni arriva la formula del Bed and Breakfast, rigorosamente esentasse, o giù di lì: un ammortizzatore sociale 2.0.

Si tratta di un fenomeno comune ad un alto numero di realtà italiane ed europee che, se da un lato comporta, in un primo momento, il riscoprire porzioni di città poco frequentate, dall’altro impatta in modo decisivo sul mercato immobiliare: “riempire di turisti, per svuotare di abitanti”, questa è la prospettiva.

Il quadro, nel medio-lungo termine, potrebbe portare ad un centro cittadino trasformato in hotel urbano. Ad oggi, gli affittacamere stabiesi presenti su Airbnb ammontano a circa 200, con un trend che vede un raddoppio rispetto allo scorso anno. I guadagni, al netto dei pochi casi di alta concentrazione della proprietà o di location particolari, sono certamente più elevati rispetto agli ordinari affitti, già piuttosto alti in città.

In altre parole, atteso l’impressionante aumento dei visitatori, un numero progressivamente maggiore di proprietari metterà a reddito in senso turistico la propria abitazione, o parte di essa, sottraendo immobili al non sufficientemente redditizio mercato degli affitti. A titolo d’esempio, un bilocale da 60 mq, collocato in una zona relativamente centrale, rende il quadruplo se messo a disposizione (per brevi periodi) a turisti, su Airbnb. Sulla notoria piattaforma, infatti, il costo di una stanza, a Stabia, si aggira tra i 50 e i 60 euro a notte: non c’è partita.

Che città è destinata ad essere la Castellammare che risponde al buio alle dinamiche e alle contingenze dell’industria turistica?
Quel che appare certo, è che il turismo low cost cambierà, nel bene o nel male, la fisionomia della città.

· Il turismo senza governo: il DUP, il DOS e la politica senza appello

Il turismo è industria, ma il governo del turismo è politica. La valutazione sull’operato di un’amministrazione passa soprattutto attraverso la capacità di produrre una visione della città. Il turismo, se non governato, può rappresentare una calamità, non essendo poche le città nel mondo (ed in Italia) già devastate da tale uragano.

È opportuno segnalare che, se gli stabiesi sono inconsapevoli, la politica cittadina è irresponsabile. La frettolosa approvazione estiva del DUP (Documento Unico di Programmazione) può essere considerata a tutti gli effetti come la dolce morte dell’amministrazione Pannullo. Sul tema della programmazione, sul tema della visione e della trazione turistica, l’intero Partito Democratico si è liquefatto. Il documento di Programmazione è un obbrobrio senza precedenti. Al netto dei copia ed incolla, degli errori grossolani e delle imperdonabili lacune, emerge in tutta la sua violenza la drammatica incapacità di “ri-pensare la Castellammare del 2027”.

Il turismo è già dentro il tessuto economico e sociale di Stabia, sta già incidendo sulle valutazioni urbanistiche, sulle scelte commerciali, sulle prospettive portuali e persino culturali della città. Eppure, al mutare delle variabili, la politica locale ancora una volta non coglie i fenomeni che avvengono sul suo territorio di responsabilità. Il DOS (Documento di Orientamento Strategico), risalente alla Giunta Vozza, è l’unico documento con cui siamo costretti a confrontarci, nonostante siano passati quasi dieci anni dalla sua adozione: un’eterhttp://www.qdnapoli.it/administrator/index.php?option=com_content&view=article&layout=editnità.

Riprogrammare dal turismo non è una provocazione, è una necessità. Governare la relazione turismo-politica è la conditio sine qua non della nuova Castellammare, quella delle opportunità, a patto di esserne all’altezza.

Il passaggio culturale dal dormitorio della “città cerniera” alla “città perno”(città vitale) è già un lontano miraggio: gli autorevoli politici stabiesi preferiscono “rimpicciolire la città”. Se essa non cresce, infatti, va compattata: servizi e strutture ricettive vanno concentrati in aree funzionali.

L’urbanistica si propone di lavorare in via preventiva, modellando lo spazio per governare il tempo. Nella sua variante stabiese, tuttavia, l’urbanistica versa in un ritardo irreversibile: il caos urbanistico di Stabia (collocazione degli uffici pubblici, ad esempio) e l’assurdità delle speculazioni immobiliari lungo Corso De Gasperi raccontano di un’assoluta incapacità di leggere il nostro tempo.

La città a trazione turistica necessita di interventi variegati, soprattutto per quello che Castellammare, dal punto di vista immobiliare, continua a rappresentare per l’intero comprensorio. La pianificazione urbana, dunque, va declinata in una visione turistica: ci sono tracce di tutto questo nell’azione amministrativa? Ci sono segni di vita nelle opposizioni?

All’orizzonte, il nulla.

E, si badi, meglio non restare indifferenti. Ad oggi, la tendenza è ineluttabile: nulla fermerà i flussi turistici diretti in blocco verso il Mezzogiorno. Tuttavia, non è pensabile che il turismo si auto-organizzi. Guai a credere che sia “roba da albergatori”: il disastro è dietro l’angolo.

La città deve interrogarsi, se ne ha voglia, perché l’orda avrà una fine, se non governata. La politica, bontà sua, deve dare segni di vita, vivendo finalmente il tempo in cui è chiamata a svolgere le sue funzioni. Se nulla verrà fatto, del turismo, delle ondate di visitatori, dello sviluppo economico, delle opportunità, degli stranieri e degli investitori non rimarrà nulla: “le uniche tracce saranno bottiglie rotte, cartacce, lattine e rifiuti.” E qualche tristissima rosticceria.