fbpx

Vincere o stravincere: non umiliare è facile, se sai come farlo

Scritto da Mariano Paolozzi Il . Inserito in Il Pallonetto

vincere

Che paliatone. Uno, due, tre, quattro, cinque e sei. Forse sette. Non ricordo, sono passati più di venti anni. Ma quello che ricordo è la cornice durante e dopo quell’Ischia – Posillipo 6 a zero.
Partiamo dal molo di Pozzuoli alle 8:30, un’oretta per arrivare fino al campo, gli scherzi e le paranoie sulla formazioni, un po’ di riscaldamento e palla al centro a mezzogiorno. Piove a dirotto. Pochi minuti e subiamo il primo gol. Il secondo arriva quasi subito. Fino al novantesimo è un incubo, sei pappine e anche l’arbitro in imbarazzo. Ma quello che ricordo più nitidamente è il post gara: 22 ragazzini di nove anni, quasi in lacrime, tristi e disillusi sotto la doccia. La pioggia di gol ci ha fatto più male dell’acqua caduta dal cielo.

Il giorno dopo a scuola, qualche compagno un po’ stronzo e informato del fatto, non si è lasciato sfuggire l’occasione di prendermi in giro. Ci sta. “Paolò, come è andato il tennis a Ischia?” anziché “Nella rete, se vedi bene, c’è pure qualche polipo”. Il martedì all’allenamento nessuno più sognava di diventare Neymar (anzi, all’epoca dei fatti probabilmente Francesco Totti). Nessuna parola, nessun cazziatone dal mister: inutile. Eravamo dei bambini, è bastato un pallone in mezzo ai piedi a farci dimenticare tutto.

Tant’è. Nelle serie maggiori, fra i grandi, la situazione non è diversa. Anzi, forse è peggiore. A nessuno piace essere travolti, imbarcare la goleada. Ok, ma poi? Poi torni a casa ed apri i giornali e leggi il tuo nome e titoli mirabolanti sulle sei frecce incassate la domenica. Oppure peggio, apri un social a caso: vedi la tua squadra photoshoppata ad arte con la racchette in mano e così via. Poi esci con tua moglie per distrarti e vai al ristorante o al bar: qualcuno ti prende in giro. Ci sta. Altri ti insultano. Ci sta un po’ meno. In alcuni casi ti minacciano o peggio minacciano tua moglie. O tua figlia. O tuo padre. Può capitare di prendere uno schiaffo o due. E tutto questo non ci sta più.

Poi c’è l’allenamento. Una tragedia. E c’è la prossima partita, che affronti con un peso addosso che solo Dio sa quanto è difficile anche solo stoppare un passaggio lento sulla trequarti. E devi vincere, devi rifarti. Se prendi un gol l’incubo ti si presenta di nuovo d’avanti agli occhi. Certo sono professionisti, certo guadagnano tanto, certo sono i rischi del mestiere. Certo.

Ma siamo così sicuri che “È meno umiliante se gli avversari non si fermano” sia poi così vero, come cercano di far credere un po’ tutti? Io non credo. Tutto quello che ho provato a descrivere vale i 20 minuti di frustrazione in campo per gli avversari che decelerano, non infieriscono? Secondo me no. Io sto con Billy Costacurta: “C’era una solidarietà fra noi. Ci si fermava, senza dare troppo nell’occhio, con equilibrio”. Ecco, forse la verità sta nel mezzo. Lo sport è sport, ma anche l’umanità è umanità. La questione è metterci buon senso e mai maramaldeggiare. Non infierire, perché sei palloni non li dimentica nessuno. E non fermarsi e ostentare fairplay, che è forse peggio. Non cedere alla narrazione un po’ machista che sconfina nell’umiliazione dell’altro, non cadere nella misericordia e accondiscendenza fastidiosa. In ogni caso quel paliatone lo ricordo ancora, mamma mia. Come direbbe Troisi: “Meglio un giorno da leoni o cento da pecore”? Facciamo cinquanta da orsacchiotti.